Io, spettatore nella Woodstock di Obama

Domenica. Mi dirigo alla «Woodstock della politica americana» sotto il classico cielo grigio del gennaio di Washington, superando posti di blocco della polizia e dell’esercito. Nei pressi della Casa Bianca, un turista solleva la macchina fotografica per scattare una foto, ha un’esitazione e chiede, in tono di scuse, all’agente dei servizi segreti in divisa: «Le spiace se scatto una foto?».
«Faccia pure», risponde l’agente, sorridendo, «siamo in America».
Siamo diretti al concerto che celebra l’elezione di Barack Obama, un evento all’aperto per vedere il quale molti di noi hanno attraversato il Paese. La folla sfila accanto al museo Corcoran, dove una mostra delle foto di Richard Avedon è presentata da uno striscione dei «Chicago 7», i partecipanti al famoso processo per cospirazione politica, in seguito ai disordini scoppiati durante il congresso del 1968, un’enorme ironia sfuggita ai più.
Alle nove e trenta, a migliaia ci riversiamo sul Mall, il viale compreso tra il monumento a George Washington e il Lincoln Memorial, in quello che forse è lo spiegamento di forze di polizia più massiccio nella storia della capitale, eppure ci sentiamo a nostro agio, non sotto osservazione. I controlli delle borse avvengono con tatto, si fanno domande per ragioni di sicurezza sollevando rispettosi sbuffi di aria nel gelo. L’aria profuma della sabbia che è sotto le nostre scarpe, di caffè e di eccitazione. Tutti si scambiano sorrisi.
Siamo abbigliati a strati: calzamaglia, giubbotti da sci, parka e qualche pelliccia, un giubbotto dei Lakota e uno dei Green Bay Packers.
Non appena non riesci più ad avanzare, battezzi il tuo posto d’osservazione. Si formano agevoli alleanze con assoluti estranei. Un uomo concede un paio dei sacchetti per la spazzatura in più di cui dispone come tappetino su cui sedersi, una donna tiene il posto a uno studente universitario costretto a utilizzare uno degli innumerevoli bagni portatili. Una madre dà un chewing-gum al figlio e gli dice di offrirne uno a un ragazzino mai visto prima. Di quando in quando, si sente il grido eccitato di un incontro inatteso.
Chi è giunto presto trova un posto in piedi lungo il Reflecting Pool, il laghetto posto di fronte al Lincoln Memorial che qualcuno ha visto solo in vecchi filmati di repertorio sulle marce per i diritti civili e la pace oppure in film come Forrest Gump. Sulle tribune di fronte al Lincoln Memorial ci sono persone che scorgiamo a fatica. Alcuni arditi si arrampicano su una pianta e si mettono in paziente attesa. Si parla con i cellulari, si scattano foto della folla montante, si chiede a estranei di farci foto con le nostre macchine.
Per quanto si tratti di un evento dichiaratamente «partigiano» sul piano politico, la sensazione è un’altra. Nei 275 minuti trascorsi in attesa del concerto, non sento lamentele sull’uomo che concederà l’uso della Casa Bianca a Obama di lì a due giorni, non un solo insulto o critica nei confronti di John McCain, l’uomo sconfitto da Obama nella corsa alla presidenza. Non avverto alcuna soddisfazione maligna: celebrazione ed esuberanza sì, cattiveria no. Si direbbe che tutti siano qui per partecipare a qualcosa di più grande e di più importante e non tanto per festeggiare.
Sì, al di fuori della «zona di sicurezza», qualche gruppetto di manifestanti della sinistra, della destra e degli strambi contrari a Obama urla slogan e sermoni, ma la grande folla li ignora scuotendo la testa e sorridendo.
Tutto è pervaso da una sobria pacatezza. Mentre me ne vado, un vecchio crolla sulla strada accanto a me. Mezza dozzina di persone lo afferra, intima alla folla di fermarsi, di lasciare un varco e di permettergli di essere portato via e la folla effettivamente lascia un varco, mentre il personale medico militare accorre a prestargli soccorso.
Quando il concerto si apre, i vialetti sulle sponde del Reflecting Pool sono zeppi di spettatori, ma nessuno grida la propria impazienza.
E, mentre lo spettacolo ha inizio con l’arrivo degli Obama e dei Biden, una preghiera di un pastore e un brillante discorso di Denzel Washington, il suono di una chitarra acustica è la vera apertura, un ritmo che spinge mezza dozzina di estranei intorno a me a sussurrare: «Bruce».
Hanno ragione: Bruce Springsteen, il Boss, una figura minuscola vestita di nero sale sul palco di fronte a un coro dalla tunica rossa per intonare il suo inno post-11 settembre: The Rising. Dapprima, ho qualche dubbio sulla scelta del brano, poi mi rendo conto che ci sta dicendo che abbiamo fatto un passo avanti rispetto agli ultimi otto anni e rispetto alla forma mentis di Bush.
Per poco più di due ore, una folla che si estende dai gradini da cui il Dottor King parlò al pubblico assiepato intorno al monumento a George Washington assorbe filmati della nostra storia ed esibizioni live di musicisti e star di Hollywood che quasi tutti conoscono meglio di quanto conoscano il proprio vicino di casa.
È sorprendente e incoraggiante quanto siano conosciute le parole di alcune delle figure storiche del Paese. Man mano che gli oratori citano Roosevelt, JFK, Ronald Reagan, Bob Kennedy, Rosa Parks e Martin Luther King, la folla sussurra quelle parole ispirate e sagge: «...L’unica cosa di cui bisogna avere paura è la paura stessa... Non chiedete cosa può fare il vostro Paese...».
L’immagine che lampeggia sugli enormi schermi sistemati lungo il Mall e che ottiene i consensi più genuini e sentiti non è quella del Boss né di Beyoncé, bensì quella di Obama: sappiamo tutti come e perché siamo qui oggi.
Si tratta di uno spettacolo in cui solo in pochi riescono davvero a vedere l’esibizione. Il suono è ritardato e rimbalza, rendendo spesso difficile sentire o addirittura riconoscere un brano. Meglio goderselo in TV.
È probabile che buona parte degli astanti non sappia neppure che per giungere a questo giorno il Paese è dovuto passare per la sede delle Figlie della Rivoluzione americana in cui la stella della lirica Marion Anderson si vide rifiutare il permesso di cantare, per poi ottenere questo stesso palco da Eleanor Roosevelt, una lezione ribadita su questo palco oggi.
Ma, quanto a un evento da raccontare ai nipotini, sarà difficile fare meglio di oggi. E se chiunque oggi è qui racconterà la verità, finirà nello stesso modo in cui è finita questa festa, con due canzoni che vanno dritte al cuore della nostra nazione: This land is your land e America the beautiful.
Le strade di Washington sono stracolme di gente, due o tre milioni, nessuno lo sa. Malgrado il freddo pungente, le facce di tutti sono sorridenti. Questa non è una folla di potenti con i lustrini, bensì una folla di ordinari cittadini americani.
È bello chiamare questo posto casa. E, per la prima volta negli ultimi anni, ne vado orgoglioso.
(traduzione
di )