Ipertensione ad alto rischio

«Le terapie sono efficaci solo se sono continue nel tempo, non vanno mai interrotte», afferma il professor Giuseppe Mancia

Gianni Clerici

Oltre 500 cardiologi italiani a Roma hanno discusso di come prevenire le patologie cardiovascolari e curare i milioni di italiani che sono a rischio di eventi acuti: 220mila ictus, 90mila infarti del miocardio e 180mila casi di scompenso cardiaco l’anno.
Il professor Giuseppe Mancia, direttore del dipartimento di medicina clinica dell’Università di Milano Bicocca, ha ricordato che nove milioni di italiani ricorrono ogni anno alle cure dei Centri specialistici. «È importante - ha aggiunto - che tali cure siano precoci, perché quando il danno è già avanzato si può ridurre, ma non eliminare il rischio».
Di ipertensione arteriosa soffrono 25 italiani su cento che diventano 80 dopo i 65 anni di età.
L’importanza della riduzione della pressione in sé, implica che siano molti i farmaci che possono essere usati ed in realtà i risultati migliori si ottengono nella maggioranza dei pazienti con l’associazione di due farmaci. Esistono però molte condizioni cliniche (nefropatia diabetica, post-infarto miocardico, scompenso cardiaco, ictus, prevenzione o regressione di ipertrofia ventricolare sinistra e placche aterosclerotiche arteriose, prevenzione del diabete) nelle quali alcuni farmaci sono più efficaci, per una probabile azione specifica diretta, rispetto ad altri. Ciò consente di scegliere terapie «mirate» in un notevole numero di pazienti.
Il problema attuale più scottante in campo di ipertensione arteriosa è il basso numero di pazienti sotto efficace controllo pressorio. «Recenti studi italiani - conferma il professor Mancia - mostrano che ancor oggi in solo un iperteso su 5 o su 6, la pressione è ridotta dalla terapia sotto 140-90. La percentuale scende paurosamente (solo 3% di pazienti in controllo) se consideriamo l’obiettivo più ambizioso, e cioè pressione sotto 130/80 da raggiungere nei pazienti ad alto rischio. Le ragioni di questo grosso problema pratico (che costa in termini di complicanze tantissimo al Servizio Sanitario Nazionale) sono molteplici. Sicuramente una delle più importanti è la ridotta compliance del paziente all’impiego cronico dei farmaci antiipertensivi, a sua volta non di rado dipendente dalla comparsa di effetti collaterali. In questo senso l’aiuto che viene dai farmaci, dall’elevato profilo di tollerabilità, è documentato e inequivocabile».
A questo proposito vale la pena di segnalare che classi di farmaci come i sartani hanno dimostrato di essere efficaci come farmaci ipotensivi, ma anche protettivi per patologie cardiovascolari; inoltre grazie alla tollerabilità elevata anche ad alte dosi, garantiscono una buona compliance del paziente.
«Senza dubbio – conclude il professor Mancia - la ridotta compliance dipende anche dal fatto che l’ipertensione è una malattia “silente”, il lavoro più complesso consiste proprio nell’aiutare il paziente ad acquisire un ruolo sempre più attivo nella cura della malattia e a non abbandonare mai le terapie».