Ippica, percentuale a premi quasi dimezzata in 50 anni

Ermanno Mori

Questa agitatissima campagna elettorale della quale, domani, sapremo l'esito definitivo, ha creato preoccupazioni e subbugli in molti campi. L'ippica non poteva sottrarsi dall'intervenire con proposte e sogni da parte di tanti operatori che vivono sui cavalli. La stampa tecnica registra recenti interviste dei principali operatori del settore.
Contrariamente a quanto avveniva in altre nazioni, in Italia le scommesse sui cavalli non vennero mai prese in considerazione, anzi, nel 1894 sorse il desiderio di sopprimerle perché considerate un vizio. Si andò avanti fino al 1929 quando, nell'inquadramento del regime fascista, i cavalli sportivi furono inseriti nel Coni sotto l’etichettatura U.N.P.C.C. (Unione nazionale proprietari cavalli corsa). Accortisi che bisognava provvedere ad incasellare anche i cavalli che nascevano, il settore equino sportivo fu spostato dal Coni ed assegnato, nell'anno 1932, al ministero dell'Agricoltura e catalogato sotto la sigla U.N.I.R.E. (Unione nazionale incremento razze equine). Compito dell'Unire, era quello di armonizzare i calendari delle gare ippiche e controllare i bilanci delle Società di Corse, le quali avevano scopo puramente sportivo, e destinare, quindi, eventuali utili al miglioramento delle razze equine. L'ingrandirsi delle Società di Corse e la conseguente trasformazione delle più importanti in Società per Azioni, portò all'obbligo della presentazione dei bilanci al tribunale e non più all'Unire. L'Ente, impermalosito, tolse i proventi sulle scommesse, fino ad allora confluiti direttamente alle Società di Corse che ne disponevano discrezionalmente, assegnandoli a se stesso. Con legge speciale n° 342 del 1942, dunque, l'Unire ebbe il compito di provvedere alla ripartizione dei proventi che dovevano andare esclusivamente a premi e provvidenze per i cavalli da corsa, dedotte le spese di gestione ed «eventuali» contributi, «se necessari», alle Società di Corse. Nel 1942 si era in piena guerra e la disposizione che assegnava tutti i proventi dei cavalli non trovò attuazione e non fu emanato neppure il previsto Regolamento che avrebbe dovuto specificare i limiti delle spese di gestione e la quantità degli eventuali contributi da assegnare alle Società di Corse. Fu il primo ribaltone dal quale derivò che i premi e le provvidenze per i cavalli da corsa divenivano l'unica «variante» del bilancio Unire, del quale costituiva l'unico semplice toccasana per far quadrare i conti. Quando mancavano i soldi si attingeva al sacco anonimo del montepremi che diveniva sempre più assottigliato. Si è passati così dal 54% del montepremi degli anni '50 al più o meno 30% attuale. Proprio nel dopoguerra sorsero il potente sindacato delle Agenzie ippiche (S.N.A.I.) e la S.I.S.A.L. che sul principio contrastarono una certa invadenza delle Società di Corse, ma poi si estraniarono dalla soggezione dell'Unire, rifugiandosi nel privatizzato settore dei Monopoli di Stato, continuando comunque ad incidere con molta forza sull'andamento economico dell'Ente, che vive solo sugli introiti delle scommesse, senza aiuti statali. È curiosa la circostanza che ha visto nell'ultimo periodo la privatizzazione di banche, assicurazioni, ferrovie, energia elettrica, energia petrolifera e restar pubblica solo l'ippica. Per la quale ippica, però, si è privatizzato tutto il settore gioco e scommesse, inserito tra i Monopoli di Stato (A.A.M.S.). Vittorio Feltri, in un recente articolo su Il Trottatore, avanza l'idea dell'opportunità di privatizzazione dell'Unire che però, l'attuale dirigenza politica e il sostanzioso apparato burocratico, non vedono di buon occhio. Le possibilità discrezionali dell'Ente sono tali che la politica, d'ogni colore, può «inzupparci il pane». D'altra parte la forza burocratica si è così ingigantita che il dialogo con i produttori agricoli dei cavalli, secondo alcune categorie, non esiste. Alcuni obiettano di ridare all'Unire il controllo del gioco sui cavalli e l'assegnazione quindi dei punti vendita delle scommesse, rafforzatisi dopo un periodo di grave crisi, negli ultimi tempi, con l'immissione dei nuovi tipi di gioco (vedi il quinté sulle Tris), ostacolati nel passato recente da attività sportive concorrenziali. Si uscirebbe così dall'invadenza oppressiva dei Monopoli di Stato e del ministero dell'Economia.