Gli irrinunciabili principi etici e quelle accuse di «lesa laicità»

È difficile seguire i percorsi logici di certo giornalismo nostrano. A sentire i resoconti sull’Esortazione apostolica di Benedetto XVI, si ha l’impressione di un intervento a gamba tesa negli affari privati dello Stato italiano. Da qui i proclami di «lesa laicità» e la richiesta di rimettere in discussione il Concordato. Ma qual è l’oggetto del contendere? La scintilla che ha acceso il fuoco delle polemiche è dove si dice che chi, occupando particolari posizioni sociali o ruoli politici, vuol essere coerente con il fatto di accostarsi all’eucaristia, «è particolarmente interpellato, nella propria coscienza, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondamentali della natura umana».
Potrebbe essere un testo che va bene, non solo per tutte le religioni, ma per tutte le Costituzioni. Non si parla infatti di principi evangelici, ma di natura. Perché sentirla allora come un’ingerenza cattolica? Viene spontanea una prima domanda da porre agli zelanti farisei della laicità atea e anticlericale: su quali fondamenti si regge l’etica di un non credente? Perché dovrebbe risultare chiaro che anche chi non fa riferimento a Dio dovrà pur avere una morale. E se questa morale non parte dal riconoscimento di un principio religioso, ci dovrebbe essere almeno la natura a far da criterio oggettivo che ispira la coscienza atea.
Non è da oggi che il concetto di natura viene guardato con sospetto, in quanto considerato una sorta di principio trascendente, quasi una divinità religiosa.
Era il 1972 quando il medico americano Money, della John Hopkins University, sosteneva di avere le prove scientifiche che la differenza sessuale non veniva dalla natura ma dalla cultura. Benché la teoria lasciasse il tempo che trovava, l’onda emotiva della notizia arrivò al cuore di certo femminismo e radicalismo etico, ai quali non parve vero poter sostenere il superamento del concetto di natura predicato fino ad allora.
Se oggi siamo qui a tirarci per i capelli, incapaci di essere d’accordo su alcunché, è perché la stessa cultura giuridica ha finito per essere scombussolata da questa emarginazione del principio di natura. Una volta giustificato tutto con la cultura, è ovvio che nessun principio può essere considerato oggettivamente fondato. Non quello di famiglia e non quello di persona. Anzi, è proprio quest’ultima che subisce lo smacco più vistoso, in una progressiva e pericolosa rinuncia a considerare il tema della vita come il principio irrinunciabile di ogni etica.
Sappiamo bene che le correnti filosofiche, che serpeggiano nelle università europee, non lasciano grandi margini di ottimismo. Ormai non è più l’essere umano a fondamento dell’etica, ma il patto tra chi detiene il potere e decide di volta in volta cosa abbia e non abbia valore. A dar man forte persiste la visione marxista, secondo la quale la persona umana è l’insieme dei suoi rapporti sociali. Con ovvie conclusioni per tutti coloro che per ragioni anagrafiche o fisiche non hanno voce in capitolo o relazioni significative. Del resto, i lager romeni per handicappati, le fogne di Bucarest o gli orfanotrofi russi bastano da soli a illuminarci sulle conseguenze di questa concezione dell’uomo. Ricordare che il legislatore è tenuto a mettersi in sintonia con la natura è qualcosa di più di un proclama cattolico. È semplicemente una questione di dignità umana.
brunofasani@yahoo.it