"Le iscrizioni sulla Sindone? Una testimonianza credibile"

Il medievista Franco Cardini interviene nel dibattito: è possibile che il cartiglio
descritto da Frale sia davvero un atto di sepoltura del I secolo

La Sindone di Torino, il lenzuolo che secondo la tradizione avvolse il corpo di Gesù nel sepolcro, porta impresse delle scritte che risalgono «inconfutabilmente al I secolo» e che rappresenterebbero una sorta di «certificato di sepoltura». Lo sostiene Barbara Frale, studiosa dell’Archivio Segreto Vaticano, autrice di La sindone di Gesù Nazareno (il Mulino). Scoperte e interpretazioni che hanno prevedibilmente suscitato notevoli polemiche. Il Giornale ne ha parlato con Franco Cardini, storico del medioevo.

Si avvicina l’ostensione della Sindone, le recenti scoperte portano nuovi elementi in favore della sua autenticità e puntuali arrivano le polemiche...
«Credo che la sua fama dipenda sia dal fatto che si tratta di un documento storico notevolissimo (vero o falso che sia), sul quale si sono esercitati tutti i più moderni metodi sperimentali di ricerca, e sia, ohimè, dall’interesse che essa ha esercitato in ambienti esoterico-occultisti, anche a causa dell’attenzione che gli hanno dedicato certe pubblicazioni divulgative di successo, tipo Martin Mystère».
Barbara Frale ha pubblicato un libro in cui si sostiene che negli «anni bui» - trascorsi fra la scomparsa dell’immagine venerata a Edessa e poi a Costantinopoli, identificata con la Sindone, e il suo riapparire in Francia - il telo sia stato custodito dai Templari. Che cosa ne pensa?
«Frale è una studiosa seria e documentata, alla quale dobbiamo alcuni bei lavori sui Templari. Le sue ipotesi, che non mi risulta essa abbia mai inteso imporre come vere e proprie tesi, mi sembrano degne di considerazione. Certo, bisognerà lavorare alla loro verifica: e non è detto che tale verifica sia possibile. Di per sé, quanto Frale rileva non è né inverosimile, né impossibile. Che accenda le fantasie e provochi le polemiche, è vero: ma è un altro discorso».
Come si spiega, da storico, l’enorme interesse che i Templari suscitano e l’abnorme quantità di libri, saggi, romanzi a loro dedicati?
«È una lunga storia avviata fin dal Trecento, ma divenuta un’autentica mania a partire dal XVIII secolo, in coincidenza con l’inizio della rielaborazione in chiave cavalleresca delle tradizioni massoniche. Da allora si diffuse la complessa e perfino divertente mitologia dei Templari eredi dei segreti del costruttore del Tempio di Salomone, il fenicio Hiram. Il seguito lo conosciamo, attraverso un’infinita paccottiglia e la costruzione di certi falsi documenti che hanno condotto alcuni sconsiderati ad affermare che i Templari conoscessero il segreto della “verità” su Gesù, rimasticazione di vecchie tesi fondate sulla lettura di Vangeli apocrifi, e persino che avrebbero scoperto l’America quattro secoli prima di Colombo. Fantasie divertenti, se non fossero all’origine di una lunga serie di maniacali elaborazioni pseudostoriche e pseudoreligiose e anche di autentiche truffe».
Torniamo alla Sindone. Frale ha lavorato su alcune scritte impresse sul telo e che potrebbero essere un «cartiglio di sepoltura». Non crede che ci sia il rischio di vedere nella Sindone anche ciò che non c’è?
«Il rischio esiste, eccome. Ma le scritte individuate sono a quel che pare una realtà obiettiva: non si possono ignorare, il che vuol dire che bisogna cercar d’interpretarle. Gesù di Nazaret fu giustiziato in quanto potenziale agitatore politico-religioso: che l’autorità romana ne traesse in qualche modo registrazione utile per testimonianze giuridico-amministrative non è tramandato da nessuno, ma non mi sembra impossibile».
Il nuovo libro della Frale è stato aspramente criticato da Luciano Canfora...
«Canfora si è chiesto se a Gerusalemme esistessero becchini, e magari ufficiali di polizia mortuaria. La domanda, formulata con legittimo scetticismo, comporta il dubbio che, in mancanza di sicure testimonianze che escludano quell’eventualità, becchini e funzionari addetti alla polizia mortuaria, specie in rapporto con le pubbliche esecuzioni, potessero anche esistere. Rovescio la domanda e la rispedisco al mittente: siamo certi che a Gerusalemme o altrove, in quel tempo, non esistesse nulla di simile?».
Certe prese di distanza sembrano chiudere il dibattito senza confrontarsi con i dati in discussione. Che ne pensa?
«Non è il caso di Canfora, che è sempre ispirato a una grande onestà intellettuale ed è sempre pronto ad ascoltare gli altri. Non tutti si comportano allo stesso modo. Alludo anche al caso che ha avuto come protagonista Ariel Toaff e il suo libro Pasque di sangue, o ai molti casi che oggi riguardano i cosiddetti “revisionisti” o “negazionisti”. Sono convinto che si debba consentire a chiunque di esprimere su qualunque cosa un giudizio, specie se accompagnato da ragionamenti plausibili e da indizi seri, senza invocare la promulgazione di leggi liberticide che pretendano di stabilire la verità storica a colpi di codice penale».
Lei è stato definito da Alexander Del Valle un intellettuale organico all’asse Rosso-Bruno-Verde, che avrebbe come obiettivo combattere gli Usa e Israele. Come si sente a essere paragonato ai terroristi rossi e a quelli islamici?
«Mi sento obiettivamente oggetto di malevole e disinformate calunnie, ma sono ben lungi da farne una tragedia. È vero che sono un bastian contrario, che sono sempre incuriosito dalle ragioni degli altri, e che questo mi spinge talvolta a difendere cause difficili o cause perse. Un mio amico ebreo sostiene che io ho “l’istinto del salmone”: che debbo risalire sempre le correnti. Molte mie posizioni, specie recenti - sull’11 settembre, sulle guerre in Irak e in Afghanistan - sono state da me rigorosamente documentate: ho scritto al riguardo almeno cinque libri e molti saggi e articoli, si può consultare il sito www.francocardini.net. Dal momento che si trattava di posizioni chiare, escludo che tipi come Del Valle siano in buona fede o sappiano far correttamente il mestiere che pretendono di fare, cioè il giornalista o peggio ancora lo studioso: basterebbe un esame dei miei scritti per rendersi conto che non sono né antiamericano, né antisionista, pur riservandomi il diritto di discutere scelte dei governi statunitensi o israeliani come di qualunque altro».

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