Islam: Rossellini regista di pace

Un libro del figlio Renzo rivela che negli anni ’70 il padre aveva affrontato il tema dello scontro di civiltà. E pensava a una serie tv (mai realizzata) per «un lavoro di rammendo della specie umana»

Marco Ventura

Si può essere geniali anche nell’errore. La prova è nel progetto, finora inedito, di una serie filmata sull’Islam per la tv di Roberto Rossellini, pubblicato dal figlio Renzo a trent’anni dalla morte del padre. Il regista di Roma città aperta individua e affronta la questione islamica già nel 1975-76, prospetta come «unica salvezza la conoscenza» e come mezzo di divulgazione dopo le ultime delusioni cinematografiche la tv.
«Ora che il mondo - scrive - è ancora più lacerato da nuove incomprensioni e da inusitati rivolgimenti, diventa urgente fare qualcosa di utile. Una nuova frattura assai profonda si è creata tra il mondo occidentale, orgoglioso del suo preteso pragmatismo, e il mondo mussulmano che, finalmente risvegliato, ha il coraggio di rivalersi». Occorre «un paziente lavoro di rammendo della specie umana». E ancora: «Potrà succedere qualunque cosa. Ma per odiarci bene o per distruggerci bene, oppure per sopportarci bene o per collaborare bene, dovremo comunque conoscerci bene».
Renzo annota che il padre gli fece leggere quelle 70 pagine, vergate a mano su blocchi di carta gialla, aggiungendo che per impossessarsi del petrolio l’Occidente avrebbe creato pretesti. «Ritireremo fuori le armi del razzismo... Una nuova Shoah avrà come vittime l’Islam e i mussulmani». E qui sta l’errore, non secondo Renzo ma secondo Fereydun Hoveyda, ambasciatore dello Scià all’Onu, fratello del premier iraniano giustiziato dai khomeinisti, scrittore, pittore, critico cinematografico, amico e collaboratore di Rossellini in quel prototipo sperimentale di enciclopedia cinematografica dell’umanità che partì dall’India. In una conferenza ignorata da Renzo ma tenuta al Louvre nel giugno 2001, a ridosso dell’11 settembre, Hoveyda rivela infatti che Rossellini era rimasto colpito, nel 1973-74, dalla crisi del petrolio e gli aveva scritto una lettera cui doveva seguire un progetto con il quale raccogliere finanziamenti nei Paesi mussulmani.
Il progetto, con tutta evidenza, è quello pubblicato da Renzo in Islam, impariamo a conoscere il mondo mussulmano (Donzelli, pagg. 163, euro 13,50), dove si legge fra l’altro: «È impensabile mettere in piedi un’impresa del genere senza la collaborazione di paesi mussulmani, senza un loro apporto materiale e ideale-culturale».
Sostiene Hoveyda, nel convegno del 2001, che l’idea di narrare l’Islam sbocciò nel regista nel 1954. «Il mondo - gli disse Rossellini - è diventato minuscolo e continuiamo a non conoscerci l’un l’altro. Viviamo gomito a gomito, ma solo conoscendoci troveremo le soluzioni ai problemi... Perché non fare lo sforzo di andare a vedere gli uomini nella loro realtà, dicendo e spiegando come il mondo sia pieno di amici e non solo di nemici?». Il regista avrebbe anche acquistato da Hoveyda l’idea di un episodio iraniano per centomila franchi, salvo richiederglieli in prestito e non renderli più («ma questo non ha incrinato la nostra amicizia»). Insieme individuarono alcuni episodi: sulla poligamia come soluzione al «problema delle coppie», sul re francese Luigi VI salvato dalla sapienza di un medico mussulmano andaluso, sui funerali di Averroè a Cordoba riferiti dal poeta sufi Ibn Arabi, con le opere del filosofo montate sul cavallo come contrappeso alla bara («Sublime, immagine incomparabile!», esultò Rossellini), sulle incursioni di Harun-al Rashid travestito nelle Mille e una notte per mescolarsi ai sudditi nella vita reale «come la cinepresa di Roberto».
Dopo anni di incontri e appunti presi sui tovaglioli nei ristoranti, nel 1976 il regista annunciò che era pronto, ma il progetto non si realizzò perché «tutto si è fermato quando il suo cuore ha smesso di battere». «Io - racconta Hoveyda, morto lo scorso novembre - contestavo il cosiddetto risveglio del mondo islamico, che si è tradotto in un salto nel passato specie in Paesi come l’Iran, il Sudan, l’Afghanistan... Lui vedeva il contributo del mondo mussulmano alla civilizzazione occidentale. Io all’opposto il rifiuto da parte del mondo islamico di quel patrimonio intellettuale e scientifico che il mondo occidentale recepiva per uscire dal sottosviluppo». Il materialismo occidentale non ha colpe, è piuttosto l’Islam che ha commesso un «suicidio culturale» facendo trionfare le teologie estremiste.
Frutto di compromesso fra le due visioni il proposito del regista di raccontare la persecuzione di Averroè da parte dei teologi estremisti. Sbagliato, secondo Hoveyda, progettare un film su Marx prima di quello sull’Islam («i mussulmani non avranno più fiducia in te», disse all’amico). In conclusione: «È un peccato che non si sia fatto più nulla sull’Islam, ma fu colpa sua. Somigliava agli artigiani che portano nella tomba i loro progetti». Tra Rossellini e Hoveyda, il genio è il primo, ma il vero profeta è il secondo.