Israele, baluardo d’Occidente come la Vienna del 1683

Lo spirito e l’identità dello Stato ebraico sono la grande forza nella lotta contro il terrorismo islamico

Giovanni Russo alle prese con Israele, ieri e oggi. Due interviste attuali, la prima con il celebre giornalista Arrigo Levi, la seconda, che chiude il volume, con Vittorio Dan Segre, docente universitario e scrittore immigrato in Palestina fin dal 1939. Al centro, la riproposizione, a quarant’anni di distanza, di Israele. L’atomo e la Bibbia, una sorta di diario del viaggio compiuto dall’autore nella «terra promessa» nel 1963. Israele in bianco e nero (Avagliano, pagg. 207, euro 13) trova la sua forza proprio nella raccolta di materiali così disparati. Soprattutto, lo sguardo di Russo ci consente di cogliere le differenze. Non solo del Paese della Stella di Davide. Ma anche del mondo arabo.
Perché Israele è, oggi più che ieri, una sorta di incunabolo dell’Occidente. Tanto per essere chiari, dice Segre, «se cade Israele è come se fosse caduta Vienna nel 1683, quando i musulmani arrivarono alle sue porte e ne furono poi respinti». Oggi il nemico non è più il nazionalismo panarabo di Nasser, in grado al massimo di tagliare gli ultimi artigli al colonialismo anglobritannico a Suez o di flirtare con l’Urss, per poi crollare in pezzi nel 1967 (e poi ancora nel 1976) sotto i colpi di Moshe Dayan. Oggi il nemico è il terrorismo islamico. E il conflitto ha passato l’Atlantico e il Mediterraneo. Si è fatto imprevedibile. Inafferrabile. Per Israele non si tratta più di cercare di «vincere la pace» dopo aver vinto la guerra, o meglio le guerre, e dimostrato che gli ebrei accompagnati, docili come pecore, nelle camere a gas, avevano imparato a menare le mani. E la stessa «questione palestinese» sembra aver perso i connotati nazionalisti per assumere, dopo il trionfo di Hezbollah alle elezioni dell’Autorità, tinte da guerra santa.
La preoccupazione sembra la nota predominante nelle parole dei due autorevolissimi «grandi vecchi», sino a far trascolorare l’entusiasmo dei «pionieri» impegnati, quaranta e rotti anni prima, a colonizzare il deserto. Che cosa resta, allora, delle istantanee di un passato non certo remoto? Testimonianze di un mondo che non è più, a partire dal kibbutz, sempre meno esperimento di economia collettivista e sempre più avanguardia militare? Le immagini passano, l’una dopo l’altra. Il deserto del Negev trasformato in polmone economico («Prima c’era solo sabbia. Ma nella Bibbia c’era scritto che questo Paese, quando lo abitavamo noi, era ricco di alberi, di frutta, di uccelli»). Le famiglie di pescatori siciliani chiamate in Israele per insegnare ai locali i «trucchi del mestiere». Il conflitto tra i vecchi della diaspora e i giovani sabra nati nella terra promessa. Le donne soldato e il rispetto per il riposo del sabato. Le necessità di una nazione in bilico tra «Sparta e Atene».
Oggi, tutto questo c’è ancora. C’è lo stesso «spirito», fatto di tenacia, della consapevolezza di essere a Masada, e che la sconfitta (contro la natura, gli squilibri sociali, il terrorismo) significherebbe distruzione. Soprattutto, c’è identità. Paradossalmente, l’Occidente potrebbe essere invaso, ma Vienna resisterebbe ancora.
mb@maxbruschi.it