Israele farà accordi soltanto quando l’odio avrà un freno

Ok, che inizino dunque il 2 settembre i negoziati fra israeliani e palestinesi che Obama e Hillary Clinton hanno annunciato: non si può che essere contenti di questa nuova speranza di accordo che secondo la Clinton dovrebbe essere raggiunto in un anno. Netanyahu e Abu Mazen non possono che preparare le valigie per Washington, verso questa nuovo photo-opportunity; il premier israeliano dovrà intanto accettare di bloccare di nuovo le costruzioni sia negli insediamenti sia a Gerusalemme; Abu Mazen dovrà accettare di pessimo umore un invito in cui non crede. Anche perché sa che un milione e mezzo di palestinesi non risponde al suo governo né al potere di Fatah. Pieni di paura o di fanatismo, sono i sudditi di Hamas a Gaza, e Hamas ha già dichiarato guerra ai nuovi colloqui. I palestinesi rispondono a due poteri, e fingere che Abu Mazen possa disporre di tutti quanti, ignora il nuovo ordine stabilito in medio oriente da una presenza iraniana che foraggia, esercita, arma l’organizzazione terroristica che domina Gaza.
L’inviato americano per il medio oriente George Mithcell, che pure sta trascinando Abu Mazen al tavolo (Netanyahu già da tempo aveva accettato) ha messo le mani avanti per spiegare che le prospettive sono incerte. I passi avanti c’erano stati, altroché, tanto è vero che Abu Mazen insiste che ricomincino da dove erano stati lasciati, e non da zero. Ma se questo ricominciare da dove si era lasciato fosse autentico e non relativo alla mappa delle concessioni, allora c’è di che riflettere. Mitchell non deve dimenticare che «ritiro» non vuole dire «pace»: quando con gli accordi di Oslo l’esercito israeliano uscì da Gerico, Jenin, Ramallah, Betlemme, da tutte le città palestinesi della Cisgiordania, quando dunque gli agglomerati di popolazione, furono lasciati, i territori liberati non divennero la base del prossimo Stato palestinese, ma basi da cui i terroristi suicidi intrapresero i loro viaggi di morte verso le città israeliane.
Gerusalemme: la divisione a sua volta non garantisce la pace, perché la convinzione del mondo palestinese è che essa debba appartenere completamente al mondo arabo e musulmano. Quando nell’ambito di Olso si arrivò a discutere a Camp David fra Ehud Barak, Bill Clinton e Arafat del destino del Monte del Tempio, Barak propose che Arafat se lo tenesse tutto fuorché la parte inferiore: Arafat negò allora ogni connessione storica, morale, culturale del popolo ebraico al Tempio distrutto dai Romani nel 70 d.C, e disse che non poteva fare accordi su Gerusalemme se non voleva essere immediatamente assassinato.
Gerusalemme è per il mondo islamico un punto su cui è quasi impossibile trovare un accordo di cui giordani, sauditi, egiziani e ormai anche iraniani possano ritenersi soddisfatti. Il punto, come per la terra di Israele, è che essi non riconoscono agli ebrei lo status di popolo, di nazione legata a quel luogo, ma solo quello di una religione che come tale deve vivere, identicamente alla religione cristiana, in condizione di sottomissione, e non certo in quella della sovranità, sotto il potere musulmano. Poi c’è il ritiro da Gaza nel 2005. Dopo lo sgombero, Israele si ritrovò vicino di un piccolo stato islamico estremista che risponde al potere iraniano e usa la terra liberata come rampa di lancio per i razzi. Lo stesso accadde nel 2000 con Hezbollah in Libano.
Più recentemente, l’accordo dell’ex premier Ehud Olmert con Abu Mazen, benché ancora più largo di quello di Oslo, non fu accettato, benché riconoscesse ai palestinese anche il diritto alla riunificazione familiare sulla base del diritto al ritorno, la divisione di Gersualemme con la definizione di un bacino sacro a sovranità internazionale. Abu Mazen non spiegò mai il perché, ma le motivazioni sono di carattere ideologico.
Proprio in questi giorni è stato inaugurato un monumento nel nome di Abu Samed «eroico martire» che con una cintura suicida si fece saltare per aria in un ristorante uccidendo un ragazzino di 16 anni e ferendo decine di persone. In Cisgiordania, due piazze sono state intitolate a Dalal Mughrabi, che con un attentato a un autobus uccise 37 passeggeri. Le concessioni territoriali da Israele verranno, la storia lo dimostra, se cambierà l’atteggiamento ideologico, se l’odio avrà un freno. Se Israele si sentirà sicuro. Non è invece certo che i palestinesi siano d’accordo nel volere due Stati per due popoli, piuttosto che un popolo in armi contro un altro.