Israele, il Paese fondato sulla Bellezza

La nascita dello Stato venne preceduta da quella dell’Accademia delle Belle arti. E questo dà forza al senso di identità della sua gente. <strong><a href="/a.pic1?ID=260049">Daniela Abravanel: &quot;Insegno la Cabala</a></strong> per avvicinare l'uomo al divino&quot;

Uno scontro politico poteva anche starci, dal momento che Israele e Palestina si stanno facendo la guerra da più di mezzo secolo. E invece si assiste a uno psicodramma, un po’ becero e un po’ grottesco, che rispetta fedelmente la realtà della sinistra radicale italiana. Il direttore della Fiera del Libro di Torino, invece di alzare le spalle davanti alle proteste dei radicali filo-palestinesi e ignorarli, si preoccupa di giustificare le sue scelte. Dice che gli scrittori israeliani presenti al Lingotto sono i più aperti al confronto, dice che gli scrittori palestinesi sono sempre stati invitati a Torino, dice che il libro, la cultura sono l’occasione per dialogare, non per alzare barricate.

E invece la tragedia senza fine di due popoli che non trovano la soluzione per la pace si trasforma al Torino in uno psicodramma indecente. Israele è il Paese ufficialmente invitato alla manifestazione torinese, però è politically correct giustificare la decisione. Sembra un copione molto simile a quello che si è recitato all’Università La Sapienza di Roma quando era stato invitato il Pontefice e poi si era dato ossequioso ascolto a chi non lo voleva. A differenza del Papa, Israele non molla. E alla vacuità della cultura occidentale ha una storia da insegnare.

La fondazione dello Stato d’Israele è stata preceduta di un anno dalla fondazione dell’Accademia di Belle Arti, perché era una ferma convinzione che dovesse essere l’identità culturale di un popolo la base su cui edificare la struttura istituzionale. La cultura come fondamento della politica, come riferimento essenziale di una comunità per la costituzione del proprio Stato. Intorno agli artisti israeliani, vicino a una semplice Accademia, si è riconosciuto un popolo. Gli ebrei sono un popolo, l’ultimo vero popolo rimasto sulla terra. Ovunque, ormai, ci sono solo individui preoccupati delle loro questioni personali. Oggi domina, e viene onorata, la vita delle persone, non quella del popolo. Per gli ebrei non è così. Prima il loro pensiero religioso, la loro cultura, il senso di appartenenza a una Storia, poi la difesa dello Stato d’Israele, li hanno costretti a restare popolo e solo popolo, per chissà quanti secoli ancora. I loro uomini di cultura si sono accontentati, talvolta compiaciuti, di non oltrepassare la facile rimemorazione del dolore del mondo, raccontando la loro esperienza con la sapienza dell’ironia, però non hanno mai rinunciato a testimoniare l’origine, il fondamento culturale che li unisce come popolo. E questo perché quando si vive la propria cultura con intensità, come verità, si è disposti a soffrire e a combattere pur di non vedere annientata la propria Storia.

Credo che alla Fiera del Libro di Torino si reciterà anche un altro psicodramma, più rituale e più modesto. Il tema di quest’anno è dedicato alla Bellezza; sui manifesti campeggia la celebre frase dell’Idiota di Dostoevskij che spera nella bellezza salvatrice del mondo. Vedendo come stanno oggi le cose, quella frase andrebbe rigirata e ci si dovrebbe chiedere se la bellezza si salverà dal mondo. Innanzitutto si dovrà salvare dai relatori, chiamati ad aprire la discussione sull’argomento, che non hanno mai considerato la bellezza come un concetto significativo della nostra cultura. D’altra parte, proprio in sintonia con la cultura del Novecento, che ha sempre ritenuto il bello un significato antimoderno, da combattere o, meglio, da ridicolizzare. Mai epoca della nostra millenaria civiltà è stata tanto ostile all’idea di bellezza come gli ultimi cinquant’anni del secolo scorso.

La bellezza è stata confinata nella moda, tra le cose effimere e futili della vita. La sperimentazione estetica, la ricerca del nuovo, le provocazioni espressive dovevano avere altri riferimenti concettuali. E così la bellezza è scivolata via dal giudizio estetico, è diventata una parola senza consistenza culturale. Ha senso dire che la tanto celebrata Merda d’artista di Piero Manzoni è bella? Che i suoni disarticolati di un testo musicale di Luciano Berio sono belli?

Evidentemente no.

Oggi ci si sta accorgendo di quanta immondizia artistica è stata accumulata nel nome di una modernità nemica della bellezza, e si sta correndo ai ripari. Ma come a Napoli, tanta spazzatura estetica resterà lì a testimoniare la stupidità di una cultura che ha rinunciato al bello, con la differenza che la munnezza napoletana fa schifo a tutti, quella estetica è invece oggetto di dotte disquisizioni. Come si ascolterà a Torino.