Israele, in regalo alle famiglie il kit anti-missile

da Gerusalemme

È un compendio di fine d’anno molto israeliano: il governo, a cura dell’esercito, comando del fronte interno, ha spedito casa per casa un corposo opuscolo in cui si danno istruzioni pratiche e psicologiche su come comportarsi nell’eventualità di un attacco missilistico. Per rendere la cosa meno diretta, si parla anche di altri disastri, terremoti e incendi. Ma il messaggio parla di Iran, di Hamas, di Hezbollah. Il 2008 arriva sulle loro ali di fuoco. I missili da cui ci si deve difendere sono descritti uno per uno, convenzionali, Qassam, katiusce, a testata convenzionale, chimica, biologica. C’è anche una parte per i bambini, pilotata da un robottino un po’ scemo, che un po’ pateticamente rallegra la scena insistendo per ordinare la pizza proprio mentre suona la sirena, e che, finito l’allarme potrà farlo: «Peperoni o olive?», gli chiede allegramente nel video sul sito internet il suo compagno di presentazione. «Certo che potete difendervi da un attacco missilistico», rassicura i bambini: «Ma ricordate: un missile è come un grosso masso che colpisca un muro con tutte le sue forze. Quindi è opportuno stare lontano da quel muro, tanto più che il missile è pieno di esplosivo che fa schizzare tutto intorno schegge di pietra e di ferro».
La presentazione consiste in un articolatissimo libretto e in un sito internet, strutturati per pericoli e per bisogni del pubblico generale e di quello particolare, per esempio i vecchi e gli invalidi. Lo sfondo psicologico, più volte ripetuto dai responsabili militari e civili, interrogati sulle ragioni della grande ansia che percorre le istruzioni, sa di scongiuro: «Ci sono Paesi che si preoccupano dei terremoti, dell’influenza dei polli... noi abbiamo questo problema particolare, c’è chi deve tenere in casa rimedi per disturbi cronici ma controllabili... Noi abbiamo il problema dell’aggressività di quest’area, è bene essere sempre preparati e tenere pronto un programma familiare d’emergenza».
Il comando centrale dell’esercito richiede che ogni famiglia si costruisca o individui in casa un rifugio «fai da te» nell’ambito delle pareti domestiche o nell’immediata prossimità, mai a più di un minuto di distanza dal luogo in cui si vive e si lavora. Nel «piano d’emergenza di famiglia» si è essere pensato in anticipo a come utilizzare lo spazio disponibile per i bambini, il gatto, le persone che non si muovono facilmente. Il rifugio casalingo deve essere una stanza il cui perimetro non confini con il muro esterno della casa; agli inquilini dell’ultimo piano di un edifico si chiede di realizzarlo al piano inferiore; comunque, si deve approntarlo nella zona più interna della casa, persino nella tromba delle scale, se non ci sono alternative. Deve essere anche una stanza senza finestre e senza porte con l’esterno, o semmai da isolare con nastri adesivi o altro.
Le case più moderne sono attrezzate con rifugi isolati, ma in passato, dato che il pericolo era molto diverso e i Qassam di Hamas non piovevano su Sderot, la gente aveva il tempo di correre nei rifugi esterni. Oggi il rischio chimico o biologico richiede risposte veloci e blindate, che lo Stato non è in grado di approntare nei tempi necessari. Nonostante nel testo si punti molto sul valore psicologico della preparazione, sulla propedeutica familiare (I pericoli e le emergenze possono presentarsi senza nessun preavviso», quindi «state sempre pronti»), ciò che alla fine colpisce è l’orrore dello sfondo. Si raccomanda di prevedere la possibilità di restare soli e isolati per molto tempo in attesa del cessate pericolo; si chiede quindi di tenere sempre in una borsa cibo secco e acqua insieme a una radio, oltre ai giochi per i bambini e qualche libro; i bagni, si dice, non sono adatti, perché le mattonelle di ceramica saltano in pezzi facilmente.
Quanto tempo può durare un allarme? Cinque o dieci minuti, a meno che non si ricevano ordini diversi dal comando centrale. La radio sempre accesa è dunque indispensabile. Come lo fu ai tempi della prima Guerra del Golfo, nel ’91 quando i missili di Saddam fioccavano, la gente e noi giornalisti indossavamo sovente, sedendo in improvvisati rifugi domestici e negli alberghi, la maschera antigas. Dalla radio un generale di nome Nachman Shai raccomandava: «Bevete molta acqua».