ISRAELE Shalom a un secolo d’arte

da Tel Aviv
Mostre, concerti, spettacoli, artisti e scrittori emergenti. Voglia di esprimersi e sperimentare. È il clima che si respira a Tel Aviv, on the spot, direbbero gli inglesi, dove la gente è sempre disposta a discutere per il gusto della battuta (due ebrei, tre opinioni) e dove ogni giorno è buono per manifestare per una più o meno nobile causa.
Israele vibra ovunque vai e ti muovi. Lo senti sulla pelle, quando cammini per le strade di giorno, di sera, sulle spiagge di Jaffa animate anche di notte, o nel quartiere bohémien di Nevé Zedek con i suoi ristorantini e locali; una vita che gira a mille in questo lembo di terra incastonato nello scomodo ventre mediorientale; o quando «sali» a Gerusalemme, l’aria satura di sogni e preghiere, poco incline alle frivolezze ma dove ugualmente si avverte un fermento giovanile in una sotterranea competizione con la più dinamica e «newyorkese» Tel Aviv. Qui, nella capitale spirituale per milioni di persone di fedi diverse, dove i deputati della Knesset snobbano l’etichetta partecipando scamiciati alle sedute e dove le battaglie di principio sono la tradizione, si fanno i conti con una modernità ingombrante.
Ne sanno qualcosa i giovani artisti che nel 2005 hanno fondato la Barbur Gallery, uno «spazio globale» per rianimare la scena artistica della città: «A Tel Aviv ci sono il potere e i soldi, da noi c’è più voglia di sperimentare», afferma il 28enne Yanai Segal.
«Baruch ata Adonai Elohènu mèlech ha’olam...», «benedetto tu o Signore, re del mondo...». Non è facile vivere da queste parti; il sottile stato ansiogeno si avverte un po’ ovunque, nei bar, sugli autobus, nessuno sembra però farci caso. La vita scorre vertiginosa, eccitante e creativa, con una coesione di fondo - nonostante il conflitto arabo-israeliano abbia provocato una spaccatura della società israeliana - che tiene saldamente unita l’anima di questa terra drammaticamente ma anche meravigliosamente complessa. Abbiamo visitato il Paese in lungo in largo e incontrato alcuni degli artisti che saranno presenti con le loro opere a Milano nella grande mostra che si apre mercoledì prossimo (vedi box).
Il nostro viaggio inizia a Gerusalemme allo Yad Vashem, il memoriale delle vittime dell’Olocausto, oggi con il nuovo museo storico ampliato: 10 anni di lavoro, 40 milioni di dollari, 4.200 metri quadrati di testimonianze, reperti, video e fotografie, un pugno nello stomaco per non dimenticare. Il museo si apre con l’opera della fotografa-videomaker Michal Rovner (alcuni suoi lavori saranno in mostra a Milano), una video-installazione triangolare concepita come un collage; spezzoni di film recuperati in tutto il mondo per raccontare in 14 minuti la realtà ebraica dall’inizio del secolo fino al 1933, prima della Shoah.
Da qui ci spostiamo alla casa degli artisti, The Jerusalem Artists House, situata nell’edificio storico in passato sede dell’Accademia dell’Arte Bezalel, un’estensione del movimento sionista europeo che oggi ospita un centro dinamico e lancia nuovi artisti con i quali abbiamo conversato animatamente tra un caffè e una sigaretta (qui per ora di ministri Sirchia non se ne sono visti). Ma la suggestione del luogo risale al 1906, quando l’Accademia fu fondata dal sionista Boris Schatz con per fornire un’educazione laica in una città sprofondata in una remota provincia dell’Impero Ottomano in cui la popolazione ebraica contava 35mila anime su 60mila abitanti. Da qui è passato il meglio dell’arte che s’intreccia con la storia del Paese: dalla generazione dei fondatori al periodo «idealista» negli anni Venti all’espressionismo fino agli anni Quaranta per poi lasciare spazio all’astrattismo, all’«arte politica» e via di seguito.
I Nuovi Ebrei sono alle prese con la ricerca, le contraddizioni, gli antagonismi e la confusione nella definizione dell’ebraismo considerato a un tempo nazionalità e religione in un Paese ancora giovane e vulnerabile. Intanto la visione di Theodor Herzl di uno Stato ebraico si concretizza grazie all’insediamento in Palestina di ebrei provenienti soprattutto dal centro e dall’Est europeo, ansiosi di importare ideali, speranza e linfa vitale.
Il periodo di lotta contro il dominio del mandato britannico sulla Palestina, la nascita dello Stato di Israele, le guerre, l’Olocausto e non ultima la globalizzazione che ancora una volta rimescola le carte in tavola: gli artisti hanno molto cui ispirarsi. L’arte rievoca il ritorno all’Oriente, la ricerca di antichi miti, il tentativo di tradurre le immagini bibliche in immagini moderne, lo sforzo di armonizzare l’idealismo sociale e sionista dei pionieri con le incursioni innovative ma anche destabilizzanti di una vivace diaspora europea dai mille volti. Per non parlare del tentativo (o non tentativo) di conciliare conservatorismo e progresso.
Nel nostro viaggio abbiamo visitato i musei più importanti e incontrato alcuni degli artisti più prestigiosi, tra cui Menashé Kadishman, l’«artista delle pecore», originale personaggio barbuto che ci riceve mezzo nudo (la sua mise consiste in una semplice camicia bianca) nel suo studio distribuito su vari piani di un edificio a Tel Aviv, una sorta di fantasy-land colorato e sommerso da migliaia di tele che raffigurano teste di ovini in tutte le salse; le stesse che lo hanno portato nel 1978 alla Biennale di Venezia con un gregge vivente. Considerato tra maggiori scultori israeliani, l’ex pastore esprime il suo legame diretto con la terra, le simbologie e i valori fondanti, come quando dopo la guerra del Libano (1982) affronta il tema del sacrificio di Isacco come protesta contro i conflitti e il fatto che il miracolo biblico non si ripete più. «La guerra, anche se la vinci è sempre una sconfitta», ci dice per poi perdersi in un rivolo di aneddoti sulla sua turbinosa vita.
Sempre a Tel Aviv incontriamo Dani Karavan, maestro noto in tutto il mondo per le scenografie con Marta Graham, le collaborazioni con Giancarlo Menotti per il Festival di Spoleto e la Biennale di Venezia, ma soprattutto per il Monumento del Negev nel deserto Beer Sheva, il villaggio scolpito per commemorare la lotta per proteggere la conduttura idrica al nuovo insediamento nella zona desertica del sud d’Israele durante la guerra d’indipendenza. (A Milano è presente l’opera L’ultimo numero).
Visitiamo la Torre Shalom e il gigantesco mosaico di Nachum Gutman, tra gli artisti più importanti degli anni Venti insieme a Reuven Rubin, che ancora una volta esprime il possesso dello spazio e il legame con il suolo in reazione al perpetuo errare ebraico: Gutman racconta «la bella favola mediorientale» della Terra Promessa a partire dalla prima Aliyà. Il giorno dopo facciamo tappa nel kibbutz Ein Harod nei pressi del lago di Tiberiade, costruito su una palude dai kibutznik nel 1921 dove in seguito, tra il 1948 e il 1955, è nato il museo Mishkan Le’Omanut che oggi ospita una collezione di 16mila opere e uno stimolante centro di artisti. Varrebbe la pena soffermarsi sull’affascinante storia di questo luogo pieno di ricordi evocati da Galia Bar Or, direttrice del Museo di questo kibbutz ancora in piena attività nonostante lo spirito idealistico dei pionieri sia ormai acqua passata. Tra le opere esposte quelle di Moshe Gershuni, uno dei primi artisti in Israele ad essersi occupato di arte concettuale e disegno epistemologico. Alla Biennale di Venezia del 1980, creò un ambiente color sangue, Teatro sigillato di rosso, in cui si servì di una densa vernice per sigillare fessure e angoli, come per isolare uno spazio assediato. L’acqua piovana, entrando attraverso delle aperture nel soffitto, assumeva l’aspetto del sangue. «Gershuni presentò un’immagine disperata del proprio Paese - scrive Amnon Barzel, autorevole critico d’arte e curatore della mostra - e ne aggravò l’ansia ponendo domande fondamentali sulla sua identità e l’ambiguità fra una “vera” cultura levantina e la cultura occidentale acquisita».
Ci aspetta infine nel suo atelier Gal Weinstein, giovane artista intento a ultimare una delle due opere che vedremo a Milano: uno stralcio di Galilea visto dall’alto, realizzato come un tappeto con materiali poveri, anche se siamo rimasti più colpiti dai faccioni (in puro feltro) dei sanguinosi figlioli defunti di Saddam Hussein, Husay e Qusay. «I nuovi artisti? Girano il mondo e sanno tutto. Adesso si chiedono come essere “unici” e s’interrogano sulla propria identità - spiega Ellen Ginton, curatrice del Tel Aviv Museum of Art -. La scena artistica è piena di star che cambiano velocemente. Ormai tutto il mondo si assomiglia». Ma loro, i giovani, come ci ha confidato Weinstein, non si prendono troppo sul serio, consapevoli che l’arte è soltanto una grande e magnifica illusione. «La nostra vita in Israele è precaria, ogni cosa può cambiare da un momento all’altro. È una sfida perenne ma interessante. Ogni tanto penso che Israele fra cent’anni potrebbe non esserci più. Vivere in questo contesto ti dà un’identità molto speciale. Non potrei vivere altrove».