Istanbul, assalto islamico alla Basilica per protestare contro Benedetto XVI

Gli estremisti occupano Santa Sofia, l’ex chiesa simbolo della cristianità diventata museo, inneggiando ad Allah: 40 arresti

Marta Ottaviani

da Istanbul

La violenza della parte più radicale della Turchia e le polemiche per la visita di Papa Benedetto XVI hanno raggiunto anche le porte dell’ex Basilica di Santa Sofia.
Ieri pomeriggio verso le 15 un centinaio di nazionalisti islamici hanno occupato simbolicamente l’edificio, urlando «Allah Akhbar» (Allah è grande) e stendendo per terra i loro tappetini da preghiera, orientadoli verso La Mecca. I manifestanti hanno urlato slogan contro il Santo Padre, avvertendolo fra le altre cose di non «sfidare la loro pazienza». Uno dei loro leader ha letto un comunicato in cui si affermava che il Pontefice, durante il suo discorso a Ratisbona, lo scorso settembre, ha offeso la comunità musulmana per il nesso fra Islam e violenza. La protesta è durata circa mezz’ora. Un massiccio contingente di forze dell’ordine con blitz ha sgomberato l’ex Basilica, oggi museo, in pochi minuti. Una quarantina di fanatici è stata arrestata e portata al commissiariato centrale di Istanbul, dov’è stata interrogata. L’episodio si è concluso senza incidenti di rilievo, ma la dice lunga sul clima che si sta venendo a creare nel Paese.
Il luogo non è stato scelto a caso. Santa Sofia, infatti, sarà una delle tappe più sentite e intense del viaggio in Turchia di Papa Benedetto XVI. Vero e proprio simbolo di Istanbul, la basilica, oggi museo Ayasofya, è indubbiamente uno dei più splendidi monumenti di tutti i tempi. Fu fondata da Costantino il Grande e la sua immensa cupola si eleva a 55 metri dal suolo su un diametro di 31 metri. L’attuale edificio fu costruito in sostituzione dell’antica basilica fatta erigere da Teodosio II, consacrata nel 413 e incendiata, in seguito a una rivolta popolare che scoppiò contro l’Imperatore Giustiniano I nel 532. È stata il simbolo della cristianità dell’Impero Romano d’Oriente ma, dopo la caduta di Costantinopoli per opera dell’esercito ottomano, il 29 maggio 1453, l’edificio fu trasformato in moschea. Nel 1934, poco prima della sua morte, Mustafa Kemal Atatürk, Padre della Turchia moderna, decise di chiuderlo al culto musulmano e di trasformarlo in museo, dicendo che un monumento così importante per la storia dell’umanità doveva essere accessibile a tutti. Una legge che colse tutti di sopresa, anche per la decisione, sempre di Atatürk, di affidare il restauro dell’ex chiesa all’Istituto americano di Studi Bizantini, per fare tornare alla luce i capolavori che secoli di dominazione ottomana avevano occultato. Un gesto di apertura e di riconciliazione con il passato che ieri è stato offeso da chi a quel passato guarda con ammirazione e nostalgia. E non è nemmeno la prima volta. Da mesi decine di turisti segnalano che ogni venerdì fedeli musulmani entrano a Santa Sofia e si mettono a pregare come se fosse ancora una moschea. L’odio e il fanatismo vengono costantemente alimentati anche dalla stampa più radicale. Il quotidiano Vakit, che utilizza ancora parole dell’antica lingua ottomana, appena due giorni fa ha chiesto a tutti i musulmani di scendere in piazza e protestare contro il Papa, che secondo loro potrebbe utilizzare la sua permanenza in Turchia per riaprire l’ex basilica al culto cristiano.
E se a Istanbul andava in scena la violenza, la Santa Sede guarda con ottimismo al viaggio del Pontefice e parla di fatti marginali che pregiudicano i programmi. Ma il peggio potrebbe ancora arrivare. Domenica prossima, sempre nella megalopoli sul Bosforo, è prevista un’altra manifestazione, indetta dal Saadet Partisi, il Partito islamico della felicità, che Cpotrebbe contare anche centomila manifestanti. Si tratta della stessa formazione politica che, nel febbraio scorso, durante il periodo di protesta per la pubblicazione delle vignette contro il Profeta Maometto, portò in piazza migliaia di persone al grido «la maledizione del Profeta vi colpirà».