Istituti in slalom tra l’Ue e le richieste di famiglie e pmi

I nuovi paletti imposti da Basilea 3, il braccio di ferro con l’Autorità Bancaria Europea, l’emorragia nel credito interbancario e l’impegno a non lasciare sole le aziende strozzate dalla crisi chiudendo loro i rubinetti dei prestiti. È lungo l’elenco di questioni calde sul tavolo del sistema bancario italiano che torna a fare i conti con il rischio di un credit crunch ma anche con le misure varate dal governo Monti e con i diktat dei supervisori dell’Unione. L’obiettivo prioritario resta il rilancio di reali politiche di crescita. «E in questo quadro le banche italiane stanno facendo il massimo», ha ribadito il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari. Sullo stato di salute del sistema si è espresso, sabato 28 gennaio a Davos, anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ricordando che le banche italiane sono in buona forma dal punto di vista dei fondamentali anche se c’è stata una sostanziale riduzione nel credito interbancario che potrebbe creare delle prospettive non molto buone sul rifinanziamento del debito e dunque dei rischi per l’economia reale.
Il contesto è reso più difficile anche dalle ripercussioni dirette dell’andamento dello spread Btp-Bund, che costringe ad alzare i tassi delle emissioni di bond facendo crescere i costi di rifinanziamento. Così come pesa il declassamento del Paese sui rating dei singoli istituti che ormai si muovono in sintonia con il giudizio sul debito sovrano. Le banche italiane sono in prima linea, impegnate a mantenere un equilibrio fra le esigenze di rafforzamento patrimoniale imposte dall’Eba con un buffer aggiuntivo di 14,7 miliardi e il necessario sostegno all’economia. L’Abi, che sta valutando l’ipotesi di presentare ricorso alla Corte di Giustizia Europea, ha già chiesto al governo Monti di agire in sede Ue per ottenere almeno un rinvio delle scadenze previste. In ogni caso, dopo le banche italiane hanno fatto i compiti a casa. Obiettivo: un Core Tier 1 al 9% entro giugno. L’esercizio sul capitale condotto dall’Eba non ha toccato Intesa Sanpaolo, che già soddisfa il criterio per il coefficiente di solidità patrimoniale. Al gruppo guidato da Enrico Cucchiani è riuscito un ambo vincente, ha realizzato a maggio un aumento di capitale da 5 miliardi e l’Eba non lo ha inserito nella lista delle «Sifi», le banche sistemiche.
Unicredit ha invece preso la situazione di petto, varando un aumento di capitale da 7,5 miliardi chiuso con un en plein di adesioni che servirà anche per supportare l’economia reale del Paese. Senza dimenticare l’ importante ritorno da parte degli investitori istituzionali e del mercato estero che è un segnale di fiducia verso l’Italia. Fiducia e apprezzamento confermati anche dai risultati dell’indagine annuale su oltre 1.500 aziende indetta dal mensile Euromoney a livello internazionale per decretare il migliore fornitore di servizi di trade finance: all’istituto di Piazza Cordusio è stato infatti attribuito il quinto punteggio più alto a livello mondiale e il terzo posto per l’Europa Centrale e Orientale. Inoltre Unicredit ha riscosso notevole successo in Italia e in cinque altri mercati dell’Europa Centrale ed Orientale dove opera direttamente (Bulgaria, Bosnia Erzegovina, Repubblica Ceca, Serbia e Slovacchia), aggiudicandosi in questi paesi il titolo di «Best Trade Finance Bank». Si tratta di un progresso notevole rispetto allo scorso anno, quando il gruppo aveva raggiunto la seconda posizione in due Paesi.
Gli altri big del mercato hanno preferito non rivolgersi agli azionisti: dal Banco Popolare a Ubi che devono trovare 2,73 e 1,39 miliardi, al Monte dei Paschi che ha varato di recente un piano di rafforzamento per oltre 3 miliardi. «La qualità e la quantità di capitale del nostro gruppo sono buone e il profilo di rischio non è peggiorato in questi mesi, anzi», ha assicurato Fabrizio Viola nel corso della sua prima conferenza stampa da direttore generale.
L’altro banco di prova degli istituti italiani riguarda la garanzia di credito da dare alle imprese per riavviare il motore della crescita. Perché, come ha sottolineato di recente Mussari «non esiste un sistema economico come quello italiano, nel quale le banche hanno nel Dna il principio di raccogliere, risparmiare e investire in imprese e famiglie». In questo senso l’associazione ha firmato nei giorni scorsi un protocollo di intesa con Confindustria e Ministero dello Sviluppo sui progetti pilota per assicurare maggiore credito alle aziende più avanzate sotto il profilo della responsabilità sociale.
Nel frattempo la domanda di credito da parte delle imprese italiane nel 2011 ha fatto segnare solo un lieve calo pari all’1% rispetto al 2010, in miglioramento rispetto al calo registrato nel 2009, quando la contrazione era stata del 5%. Aumenta invece l’indebitamento medio delle famiglie italiane che dall’inizio della crisi (settembre 2008) a settembre 2011 è salito del 36,4% per un totale di 503 miliardi dovuti al sistema bancario.
La sfida delle banche italiane è dunque ambiziosa. Anche perché nel frattempo sta aumentando la concorrenza: il gruppo olandese Ing Direct, ad esempio, considera il nostro Paese strategico: i piani di sviluppo decisi per l’Italia prevedono l’apertura di una ventina di filiali entro il 2012.