ISTRIA 1947-2007 Il silenzio degli intellettuali

A 60 anni dalla firma del trattato di Parigi che ci toglieva le terre istriane e giuliane

Pochi giorni prima della firma del trattato di pace tra le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale e l’Italia, che, il 10 febbraio 1947, a Parigi, avrebbe strappato al nostro Paese quasi tutta la Venezia Giulia, legalizzando l’occupazione militare jugoslava di quei territori, il ministero della Pubblica istruzione inviava alle scuole italiane di ogni ordine e grado un telegramma che invitava docenti e studenti a manifestare la «fiera protesta contro un accordo imposto con la violenza alla nazione». Pur in conformità allo «spirito di dignità consono all’ora dolorosa che la patria attraversa», occorreva riaffermare pubblicamente «le prerogative irrinunciabili dell’Italia alla propria integrità territoriale». Era necessario esprimere «lo sdegno contro una pace coatta che disconosce i diritti del popolo italiano», il quale, dopo aver combattuto durante gli ultimi due anni del conflitto «a fianco di chi prometteva la libertà», era costretto, ora, a piegarsi dinanzi a un diktat «respinto dalla propria coscienza morale», senza avere neppure la possibilità di appellarsi al consorzio internazionale «perché tale arbitrio non sia consumato».
Si trattava di uno scatto di orgoglio nazionale, lodabile in sé, ma assolutamente tardivo che non risarciva la lunga indifferenza con cui governo e classe politica italiana avevano seguito gli sviluppi di questa cruciale questione, che, dopo la sua disgraziata soluzione, avrebbe costretto quasi quattrocentomila nostri connazionali ad un esodo biblico, fuori delle loro sedi millenarie. In questo caso, almeno, il neonato regime repubblicano aveva dato veramente cattiva prova di sé, come avrebbe ricordato Gaetano Salvemini in un intervento apparso nel 1953. Invece di attestarsi sulla difesa del principio dell’«autodeterminazione dei popoli» e sul riconoscimento della cosiddetta «linea Wilson», che, secondo i propositi espressi dal presidente americano fin dal 1919, avrebbe dovuto garantirci il pieno possesso dei nostri confini orientali, le forze politiche uscite vincitrici dalla guerra civile avevano preferito baloccarsi con il sogno di conservare le colonie africane, che, in spregio ai decantati principi anticolonialisti e terzomondisti, venivano reputate dal demolaburista Ruini, dall’azionista Parri, dal socialista Nenni, dal comunista Grieco, indispensabili per garantire migliori condizioni di vita al proletariato italiano.
In questo contesto, Togliatti, da sempre favorevole alla cessione delle regioni istriane e giuliane al regime comunista di Tito, aveva aggiunto il danno alla beffa, domandando con artefatto candore: «Se il governo inglese vuole proprio dimostrarci la sua amicizia perché invece che cominciare da Trieste non comincia col dichiarare di esser d’accordo che rimangano all’Italia le sue vecchie colonie?». Altri, poi, aggiungevano nuovi argomenti, cospiranti anche essi, a giustificare la perdite delle italianissime terre adriatiche. I profeti del federalismo europeo sbandieravano l’utopia di una futura unione continentale che avrebbe dovuto ricongiungere oriente ed occidente, nella quale «i confini sarebbero stati tracciati col lapis e non più con l’indelebile inchiostro». L’azionista, Aldo Garosci avanzava un pretesto che risaliva alla più vieta Realpolitik, secondo il quale nulla poteva essere concesso a popoli che, come l’Italia, si presentavano dinnanzi al tribunale delle nazioni nella veste di «profeti disarmati». Argomento che Salvemini seccamente rifiutava, rivendicando il diritto anche per gli sconfitti di far valere le loro ragioni, a meno di voler perdere persino la «prerogativa di protestare», riducendosi nella «condizione di schiavi o di liberti».
Quel diritto al dissenso, inutile forse sul piano dei risultati concreti, ma importantissimo per il suo valore etico e politico, fu impugnato con forza da numerosi intellettuali (Borgese, Sestan, Chabod, Carlo Antoni) e da un partito politico trasversale che, in seno alla Costituente, nelle drammatiche sedute del luglio 1947, avrebbe rifiutato di ratificare le condizioni di pace. In esso, erano presenti uomini della vecchia Italia, come Francesco Saverio Nitti e Vittorio Emanuele Orlando, che accusavano il governo italiano di «cupidigia di servilità» verso i vincitori, proclamandosi convinti del fatto che un tratto di penna non poteva dilapidare parte integrante delle conquiste della guerra patriottica del 1915, che aveva compiuto il nostro Risorgimento. Rappresentava bene l’insieme di queste posizioni Benedetto Croce, che in un discorso memorabile ricordava come troppo a lungo ci si era cullati nell’illusione che l’esiguo contributo delle forze partigiane e quello sicuramente più cospicuo del regio esercito alla lotta contro il nazismo avrebbe potuto bilanciare una disfatta militare le cui conseguenze ricadevano su tutta la nazione. Fascisti e antifascisti, sosteneva Croce, portavano egualmente il peso del fallimento: «Perché quella guerra sciagurata, impegnando la nostra patria, impegnava tutti noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male di essa, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte».
Lodava senza condizioni questo intervento uno strenuo oppositore di Mussolini come Leo Valiani, che lo definiva non solo adeguato «ai tempi di ferro che noi attraversiamo», ma anche capace di «ristabilire il legame storico fra le generazioni che ci precedettero, che fecero l’Italia, e la nostra generazione, che rischia di perderla e quelle future, che di quella perdita ci riterranno responsabili». Nel pronunciare, in aula, queste parole, Valiani, portava anche la sua personale testimonianza di giuliano e di fiumano, per il quale le clausole del Trattato di Parigi costituivano una ferita inferta nelle «carni vive», e un sopruso che sanciva le ingiuste pretese della Jugoslavia, la quale considerava ormai i nostri territori orientali «come definitivamente suoi» e gli italiani lì insediati da secoli «come cittadini jugoslavi, a meno che non scappino, a meno che non se ne vadano clandestinamente, abbandonando i loro averi». L’Italia era dunque nei confronti del regime di Tito in una posizione di aperta «contesa», e quando non fosse arrivata a una soddisfacente chiarificazione con Belgrado avrebbe dovuto trarne le dovute conseguenze e porsi in un «atteggiamento di resistenza attiva».
Anche Togliatti criticava la politica estera del governo De Gasperi. Ma con diversissimi intenti. Il leader del Pci, in quell’occasione, diffondeva la «grande bugia» di un’Italia asservita ai voleri del capitale anglo-americano e per questo ostile a cercare un’intesa con le giovani democrazie socialiste dell’Est, disposte a riservare un «futuro di pace e di libertà» per quanti fossero disposti a vivere all’interno di quella «cortina di ferro» che ormai, come avrebbe detto di lì a poco Winston Churchill, era calata sull’Europa: «Da Stettino, sul Baltico, a Trieste, sull’Adriatico».
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