In Italia gli animali contano più dell’uomo

Caro Granzotto, abbiamo visto uno zingaro che ubriaco ha ucciso quattro ragazzi e adesso sconta la condanna di sei anni in un residence al mare, abbiamo visto un ragazzotto che ha ucciso con la moto un bambino di tre anni e dopo l’arresto è tornato subito a casa tra le ovazioni dei suoi amici, abbiamo visto in questi ultimissimi giorni ubriachi uccidere vecchi e bambini in ogni parte d’Italia e tutti sono tranquillamente a casa loro. Abbiamo però anche una taglia di venticinquemila euro sulla testa degli ignoti che hanno avvelenato gli orsi nel parco d’Abruzzo. Veniamo al dunque: è disposto a scommettere con me dieci litri di Tavernello rosso che, se verranno presi, gli avvelenatori degli orsi finiranno immediatamente in galera? E, ovviamente, con il contorno di una spontanea manifestazione di ambientalisti d’assalto, radiocomandati sul luogo per l’occasione? Se ciò succederà avrò la conferma che nell’Italia di oggi un orso, un cane, un papero qualunque sono più importanti di un essere umano.

Non scommetto per il gusto di perdere, caro Parodi. Le cose stanno infatti esattamente come lei dice. Concordo anche nel ritenere che il privilegiare l'orso marsicano (o il crotalo di Santa Catalina o il Baiji dello Yangtze) a scapito dell'essere umano sia una delle conseguenze dell'ideologia ambientalista che vede (e vuole) l'uomo come un insignificante foruncolo dell'ecosistema. Capace però di procurare a Terra Madre infiniti grattacapi per quella sua fiducia nel progresso che sconsideratamente coltiva da quando assunse la stazione eretta. Oltre all'uomo è dunque la civiltà ad esser sotto accusa, civiltà alla quale nella più favorevole ipotesi viene contrapposto il «buon selvaggio» e le Eloise di Jean-Jacque Rousseau (ove il fregnacciume, ivi Rousseau. Non si scappa), nella peggiore una perentoria eguaglianza fra uomo e animale, inteso proprio come bestia, con l'avvertenza che sul come stare al mondo la bestia può dare lezioni all'uomo. Ma non basta: essendo per gli ambientalisti inconcepibile che la natura, prospettata buona e generosa, possa manifestarsi con fenomeni meteorologici o geologici pregiudizievoli alla placida sopravvivenza del pianeta, ne consegue che quando ciò accade è per colpa nostra. Un teorema semplificato con molta scaltrezza riconducendo ogni piccola o grande calamità al riscaldamento globale il quale, ed ecco fatto il becco all'oca, è a sua volta ricondotto all'attività dell'uomo. Non starò a ricordare quanto la normale attività dei ventimila vulcani attivi o le flatulenze di miliardi di bovini contribuiscano (sono gli scienziati ad affermarlo categoricamente) alla immissione di gas serra: per l'ambientalismo non ci son santi, l'incipiente desertificazione planetaria è un misfatto dell'homo sapiens, il fardello del creato.
In una società facile al plagio e disposta a credere a tutto purché sia «di tendenza», era inevitabile che con questi chiari di luna i moti di simpatia, di pietà o di commiserazione fossero sempre più frequentemente diretti alla razza animale (buona) che non a quella umana (cattiva). Non c'è cinismo né perfidia in questo contegno: trattasi semplicemente della resa pratica di quanto brillantemente teorizzarono Fruttero & Lucentini con il loro La prevalenza del cretino. E siccome resistere alla forza dirompente della cretinaggine - specie quando è cretinaggine di massa - è impossibile, si rassegni, caro Parodi. Lasci che si strappino i capelli per l'orso e nemmeno se li scompiglino per il bambino di Bormio. Non creda, però, di potersi consolare pensando che prima o poi dovranno renderne conto alla propria coscienza. Non è infatti certo che ce l'abbiano, la coscienza.