Gli italiani esterofili per provincialismo

Gli stranieri che arrivano a Ostia si lamentano perché non trovano cartelli contenenti indicazioni stradali e informazioni in lingua inglese (tedesca o francese), ma solo in italiano. Si trovano spaesati, si incamminano alla cieca rischiando di ritrovarsi a Terracina o Sperlonga. Il presidente della Pro Loco è avvilito: «Spesso siamo costretti ad accompagnarli di persona, in automobile».
Capisco gli stranieri e il presidente della Pro Loco. Quando andai ad Amsterdam, la guida del battello spiegava le bellezze della città in tre o quattro lingue, ma in italiano nemmeno una parola. L’unica cosa che afferrai fu «Van Gogh», perché passammo sotto a un certo ponte. Capisco gli stranieri e il presidente della Pro Loco, ma capisco anche gli italiani che come me non ne possono più del contrario, e cioè dell’uso indiscriminato di parole straniere nel linguaggio parlato e scritto. E sottolineo scritto. Acquisto ogni giorno cinque quotidiani, leggendovi gli articoli di costume più rilevanti (quelli di politica li salto per ordine del mio psichiatra): alla fine della settimana conto decine di parole o espressioni straniere inutili, cioè tranquillamente sostituibili con le nostre.
Perché è proprio qui - come si dice - il nocciolo della questione. Il cittadino comune, quello che parla ma non scrive, è (tutto sommato) incolpevole, egli si limita a ripetere ciò che sente (dalla tv) e ciò che legge (anche su giornali importanti); colpevoli - come scrive Gabrielli - sono gli scrittori e i diffusori di questo linguaggio, i quali pur conoscendo benissimo l’idioma patrio, per pigrizia mentale si rifanno alle parole straniere che sui 100 metri della memoria arrivano prima di quelle italiane.
Già Leopardi metteva in guardia dai barbarismi, ammettendo, tuttavia, l’uso di un vocabolo straniero quando non esisteva il corrispettivo italiano. Ma perché dire corner quando si può dire calcio d’angolo, gol per rete, macht per incontro, reportage per servizio, escalation per crescendo?
La verità è che siamo tutti esterofili, e la vicina di casa ci sembra sempre più bella di nostra moglie. Questa esterofilia è tanto dannosa per la nostra lingua quanto sciocca era l’autarchia lessicale del Ventennio, la quale propose, per esempio, un ridicolo «puttananbolo» in luogo di «tabarin», o «cocchetello» per «cocktail». Giustamente Cesare Marchi rilevava che esterofilia e nazionalismo autarchico sono «le facce della stessa medaglia: l’inguaribile provincialismo. Il provinciale è un insicuro, che dubita della propria identità e si arrocca nella fortezza del nazionalismo xenofobo, oppure spalanca le porte a tutto ciò che viene da fuori». Napoli, come al solito, fa caso a sé. In molti autobus si trovano scritte solo in dialetto: «Nun te scurdà: marca ’o biglietto!» (Non dimenticare: oblitera il biglietto). «Se scénne annànze» (Si scende davanti), «Nun vuttàte!» (Non spingete!).
È l’esperanto vesuviano che metterà tutti d’accordo?
mardorta@libero.it