Ivan Slezjuk

Era vescovo della chiesa greco-cattolica ucraina della clandestinità. Nato nel 1896 nel villaggio di Zyvaxiv, studiò nel seminario di Stanislaviv e nel 1923 fu ordinato sacerdote dal vescovo (poi beatificato) Hryhorij Xomysyn. Insegnò religione nelle scuole superiori e ricoprì cariche curiali fino all’occupazione tedesca. Quando arrivarono i sovietici l’eventualità di un arresto di tutta la gerarchia greco-cattolica divenne solo questione di tempo. Così, nel 1945 lo Slezjuk fu consacrato vescovo in clandestinità. Un mese dopo fu arrestato per attività antisovietica e anticomunista, nonché per attività contrarie alla riunificazione, voluta da Mosca, tra la chiesa ucraina e quella ortodossa russa. In verità non aveva fatto altro che insegnare religione a scuola, ma era proprio questa l’“attività anticomunista”. Gli diedero dieci anni di lavori forzati in Siberia, nel gulag di Vorkuta, dove fu in compagnia del vescovo Lakota (poi beatificato). Quest’ultimo morì nel 1950 e nello stesso anno lo Slezjuk fu trasferito in un altro campo di lavoro. Terminata la pena, potè tornare a Stanislaviv, ma guardato a vista dal Kgb. Poiché non aveva perso il vizio del cattolicesimo, nel 1962 fu arrestato di nuovo. Con lui, l’altro vescovo “clandestino”, Symeon Lukac (anch’egli beatificato). Di nuovo in Siberia, fino al 1968. Questa volta consacrò, sempre in segreto, un successore. E fece bene, perché il Kgb ogni due per tre lo convocava per interrogarlo. In uno di questi interrogatori, nel 1973, fu chiuso in una stanza ed esposto a un bombardamento di radiazioni. Morì in due settimane.