J. R. JIMÉNEZ Il sacerdote della poesia pura

La Spagna celebra il suo premio Nobel del ’56. Nel rigore del poeta il punto di riferimento per l’ermetismo italiano

La Spagna ha festeggiato la ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell’attribuzione del Premio Nobel della Letteratura al poeta Juan Ramón Jiménez con numerosi convegni di studio e una grande mostra allestita nella Residencia de Estudiantes di Madrid. Mentre ora escono i due libri della Obra poética (Espasa Calpe) insieme al suo immenso epistolario, accompagnato dai tre volumi del Diario della moglie Zenobia Camprubí, compagna inseparabile e fedele collaboratrice di tutti i progetti letterari: un materiale di grande interesse che illumina la difficile personalità di uno dei più grandi poeti spagnoli del Novecento.
Valutazione eccessiva sull’onda dell’omaggio celebrativo? Crediamo di no. Juan Ramón - el Andaluz Universal, come è chiamato - è l’autore a cui guardano con ammirazione i giovani poeti della generazione del ’27, ed è anche un punto di riferimento sicuro per gli intellettuali dell’ermetismo italiano che scoprono la nuova letteratura spagnola con l’arrivo a Firenze dell’Antologia poetica di Gerardo Diego (1932) fatta conoscere da Montale. In un saggio degli anni Sessanta intitolato Che cosa è stato Juan Ramón, Carlo Bo, esegeta e traduttore del poeta, confessa l’importanza che ha significato per lui e gli amici del gruppo fiorentino la scoperta dell’opera dell’andaluso. Un’opera che, dopo le prove giovanili segnate da atmosfere dolci e musicali, apre un cammino nuovo diretto a stabilire una relazione tra vita e creazione, iniziando un processo di depurazione che tende a eliminare ogni elemento esterno, di suono o colore, a favore di una poesia di maggiore rigore intellettuale, già evidente nel libro Diario di un poeta appena sposato in cui Juan Ramón invoca la luce della mente, si rivolge all’intelligenza per avere i nomi delle cose, trasformando la parola in materia concreta, capace di una propria autonomia, segno tangibile di una raggiunta pienezza.
Sommo pontefice della lirica, il suo magistero è avversato dai fautori di una letteratura di intervento e partecipazione civile, una poesia «impura» come proclama Neruda nel suo manifesto apparso sulla rivista Caballo verde para la poesía. Analogo rifiuto riceve dai neofiti dei nascenti movimenti d’avanguardia, tra cui si distinguono i giovani Salvador Dalí e Luis Buñuel i quali, un po’ per gioco e un po’ per sfida, inviano al maestro andaluso una lettera in cui criticano aspramente il suo fortunato libretto in prosa Platero e io, fiaba di un asinello dell’infanzia, giudicandolo stucchevole e patetico, frutto del cattivo gusto sentimentale. Ecco il testo della missiva: «Gentile amico, sentiamo il dovere di dirle - in modo disinteressato - che la sua opera ci ripugna profondamente per essere immorale, isterica e arbitraria. In particolare MERDE!! Per il suo Platero e io, per il suo facile e infido Platero e io, l’asino meno asino, l’asino più odioso che abbiamo mai trovato. MERDA».
Ricevuta la lettera, Juan Ramón, affetto da una grave patologia depressiva, cade in uno stato di profonda prostrazione che lo costringe a un ricovero all’ospedale durato alcune settimane. L’esempio è significativo per comprendere la difficile esperienza umana vissuta da questo grande asceta della creazione, che sottopone la sua opera a un incessante lavoro di rifacimento. «La mia migliore opera - scrive - è il continuo pentimento della mia Opera». La sua ansia di perfezione è coscienza di una precedente imperfezione, da cui l’assioma: «Non credo nella perfezione, potrei credere nella successiva perfezione impossibile... ». Per Juan Ramón l’essere umano, trasformato in virtù del canto, è il risultato finale di una tensione in cui si riflette la scissione dell’io teso tra realtà e sogno; recita una sua lirica di Eternità (1918): «Io non sono io. / Sono questo / che mi cammina accanto e che io non vedo, / che a volte sto per vedere, / e che, talora, dimentico. / Colui che tace, quieto, quando parlo, / che perdona, soave, quando odio. / Che passeggia là dove non sono, / colui che resterà in piedi quando io muoia».
Il lettore si chiede come sia stata l’esistenza di questo eterno aspirante alla bellezza suprema. Il Diario di Zenobia, che copre quasi vent’anni di vita comune (dal 1937 al 1956), l’intera stagione dell’esilio, è una testimonianza precisa e commovente dell’amore e dell’attenzione che questa donna straordinaria - americana e spagnola di origine - dedica a Juan Ramón, sopportando i suoi lunghi silenzi, le bizze isteriche, il rifiuto ostinato all’igiene personale e a prendere le medicine per la sua instabile salute; accettando l’egoismo tremendo dell’uomo incapace di mantenere normali relazioni sociali, alle quali delega sempre lei, dotata di grande energia ed equilibrio, segretaria fedele al servizio permanente del poeta. Difficile ribellarsi al dispotismo di J. R. (la sigla con cui lo nomina) il quale, per esempio, durante la tappa cubana, si rifiuta ostinatamente di andare a New York, impedendole così di rivedere la sua famiglia. La lite esplosa fra i due non sortisce alcun effetto positivo: Zenobia sa che non può lasciarlo solo a Cuba e si dispiace pensando «a J. R. - scrive - e al suo triste stato d’animo causato dai miei sfoghi». La lite domestica, commenta, ha però il vantaggio di «rinfrescare per un momento l’ambiente, poiché J.R. è uno spirito completamente incosciente».
Incosciente e incapace di vivere senza Zenobia, a cui è legato da un amore totale, l’unico al di fuori della poesia, poiché, per Juan Ramón, Zenobia, la vita, il mondo, tutto è al servizio della creazione. Quando giunge la notizia del conferimento del premio Nobel, Zenobia è morente in un letto d’ospedale: ha appena il tempo di gioire e subito si preoccupa per J. R. che resterà solo. Accanto J.R. le stringe la mano, non pensa a nulla, non vede nulla: non vede l’ombra della morte che viene a spegnere i grandi occhi chiari di Zenobia. Con Zenobia muore anche lui, ma resta la sua poesia: «Quando io più non ci sarò, / ci sarai tu, canto mio!».