J. Rodolfo Wilcock Cronache grottesche dal culturame: «È un vero racket»

Fra dimenticanza e trascuratezza, quello dello scrittore argentino fattosi italiano J. Rodolfo Wilcock spicca tra i non rari casi di ingiustificati silenzi che costellano la storia letteraria nel nostro Novecento. In vita lo lessero in pochi, morì nel 1978, lo stesso giorno del rapimento di Aldo Moro, e nessuno se ne accorse. Postumo, lo lessero ancora meno. I salotti letterari del resto lo amarono poco, in questo abbondantemente ricambiati. Pace alle opere sue. E si benedica oggi la pubblicazione de Il reato di scrivere, raccolta scelta dei suoi pezzi giornalistici degli anni ’60-70 curata da Edoardo Camurri per Adelphi. Un libretto che costa sei euro. In realtà è senza prezzo.
J. Rodolfo Wilcock veniva dall’Argentina, Buenos Aires, nato nel 1919. Approdò in Italia, al seguito degli amici Borges, Bioy Casares e Victoria Ocampo nei primi anni Cinquanta. Nel ’57 vi si stabilì definitivamente, nella campagna romana, e - laureato in ingegneria, fine poeta in spagnolo e insegnante di Letteratura francese e inglese - iniziò a collaborare con Il Mondo di Pannunzio, Tempo Presente di Nicola Chiaromonte, La Voce Repubblicana. Fu critico teatrale dell’Espresso e, en-passant, Kaifa nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Molto snob nei suoi ruvidi tweed, scrisse commedie, tradusse Marlowe e Shiele, pubblicò poesie in italiano. Dimenticate. Come poeta in prosa, invece, diceva: «Discendo per non complicate vie da Flaubert, che generò Joyce e Kafka, che generarono noi». Giusto un aneddoto, per inquadrarlo: sul Mondo, per un certo periodo, sostituì Chiaromonte come critico teatrale, ma andare a teatro lo annoiava. Perciò per alcune settimane recensì spettacoli inesistenti. Con strepitoso successo.
Spirito coltissimo dotato di un caustico senso dell’assurdo e intellettuale sonoramente dissonante rispetto al panorama culturale dell’Italia anni Sessanta-Settanta, Wilcock - che diceva di non leggere giornali, di non guardare la televisione, di non viaggiare da anni - era sempre informato su tutto, e conosceva molto bene i salotti culturali che non frequentava. Lo dimostrano le mirabili cronache raccolte in Il reato di scrivere. Dove parla dell’inutilità dei critici letterari («persone talvolta abili ma prive di intelligenza o di immaginazione, o di tutt’e due le qualità»), dei racket dei premi letterari («man mano che affiorava sempre più pubblicamente la loro natura scandalosa ne venivano creati moltissimi altri, nei luoghi più impensati, a scopo di turismo, a spese dei contribuenti»), dello scivolosissimo rapporto tra linguaggio e morale (una lezione soprattutto per noi giornalisti), dei luoghi comuni che infestano le pagine culturali (il dibattito sulla morte del romanzo per esempio), sulla vanità, l’arrivismo e la vacuità dei nostri migliori romanzieri «i quali sempre pare stiano, come gli scimpanzè, sul punto di dire qualcosa», in genere senza successo («se invece di litigare per questioni di precedenza cercassero di individuare e di denunciare i responsabili della estrema abiezione e ignoranza in cui minaccia di sprofondare la nostra classe intellettuale allora sì le loro accuse non più mute contribuirebbero a migliorare le opere future dei loro colleghi»). E soprattutto di quella peste che è la politicizzazione degli scrittori, «utili al potere incombente che se ne serve, almeno in Italia, così genialmente che dal virtuosismo con cui è riuscito finora a governare gli intellettuali dovremmo dedurre l’agio con cui saprebbe - o sa già - governare i non intellettuali». Scritto quarant’anni fa.