JACK HIRSCHMAN «I miei fiori di rabbia»

Intervista con uno dei personaggi più discussi della storia culturale americana negli anni Sessanta e Settanta. Amico di Allen Ginsberg e Gregory Corso, non si considerò mai un «beat», ma rimane un’icona della controcultura americana

Non deve essere un tipo facile Jack Hirschman. Poeta, ma anche pittore, giornalista, editore e traduttore di altri poeti del Novecento come Neruda, Pasolini e Majakovski, è una delle figure più discusse della storia culturale americana degli anni ’60 e ’70. Capace di rinunciare a una cattedra presso la prestigiosa UCLA, la University of California, espulso per attività sediziosa per aver dato il massimo dei voti agli studenti renitenti alla leva con l’obiettivo di aiutarli a scansare un bel viaggetto in Vietnam, Hirschman ha conosciuto i maggiori esponenti della controcultura americana di quegli anni, senza peraltro flirtare troppo con loro.
Capelli e baffi lunghi e canuti, sorriso sornione, abbigliamento un po’ eccentrico, da figlio dei fiori in pensione, Hirschman ha fama di essere alquanto scorbutico. So che in passato qualcuno lo ha definito beat, per poi pentirsene amaramente. Prima di parlare con lui, ho il piacere di assistere a un reading di poesie che lui stesso presenta in un buffo ma comprensibilissimo italiano. Nato nel Bronx, adottato da San Francisco e innamorato dell’Italia e di Pier Paolo Pasolini, Hirschman, pur essendo stato in stretto contatto con Allen Ginsberg, Gregory Corso e altri poeti beat, respinge quella che ritiene una rivoluzione troppo borghese e condita di droghe e misticismo orientale per abbracciare vedute più radicali che lo accostano a movimenti afroamericani come quello delle Pantere Nere.
L’enfasi con cui Hirschman declama i suoi componimenti lo accosta alla tradizione dei trovatori, pur non essendoci un sostegno musicale a scandirne il passo. Le sue poesie hanno un ritmo incalzante, soprattutto quelle che lui chiama Arcani. Si tratta di componimenti lunghi e articolati. Una forma a lui particolarmente congeniale e a cui si è accostato per la prima volta nel 1972. «Ne ho scritti 126, che stanno per essere pubblicati in una monumentale raccolta di un migliaio di pagine per il mio amico editore della Casa della Poesia, la Multimedia Edizioni di Salerno». I temi affrontati da questi Arcani spaziano. Possono essere personali, come quello dedicato alla prematura scomparsa del figlio David, ma in genere hanno a che fare con le trasformazioni politiche e sociali del suo paese e del mondo. Sono spesso arringhe furibonde contro quella che lui bolla come la prevaricazione del capitalismo oppure accorate difese dei movimenti di piazza degli immigrati ispanoamericani.
«...Fino a che non riacquisteranno il senso dell’immigrazione e saranno come le parole incise sulla Statua della Libertà, potete prendere quella junta di aringhe putrefatte e gettarla nel gelido mare scuro». Ma, soprattutto, hanno un ritmo incalzante e l’intensità capace di esprimere l’amore per il suo paese e lo sconcerto per l’umanità stuprata e l’intelligenza derisa del suo popolo. «Aveva ragione Pasolini», dice. «Bandiera rossa ridiventa straccio e il più povero ti sventoli». Forse un po’ naïf, ma Hirschman è personaggio senza voler fare il personaggio. Non contento, aggiunge, citando una sua lirica, «La vera bandiera è a brandelli. Cominciamo a sventolarla»
Non è difficile sventolare la bandiera, soprattutto quella a stelle e strisce, con tutto l’antiamericanismo dilagante nel mondo?
Detesto l’antiamericanismo. La tradizione degli Stati Uniti non consente di vedere la cosa sotto un’ottica di lotta di classe. Ha ragione Pasolini quando dice «Lunga vita al coraggio e alla sofferenza e all'innocenza dei poveri...».
Come ci si sente a essere accostati alla cultura afroamericana?
Sono americano e la componente afroamericana della cultura statunitense è ormai istituzionalizzata. Ogni parola scritta in tono poetico è essenzialmente musicale. La poesia e la musica, dunque, sono in stretto rapporto. Vengo da New York e mi sono formato col jazz, soprattutto quello del periodo di Charlie Parker. Poi le 10 sinfonie di Shostakovich. Il folk. Pete Seeger, per esempio, un uomo in grado di far cantare diecimila persone per più di un’ora all’università di Berkeley nel 1978. Io c’ero. Un’esperienza incredibile. Anche Bob Dylan ha scritto pezzi straordinari. A Hard Rain's A-Gonna Fall è la sua cosa migliore, una delle sue canzoni più politiche, un pezzo che va al di là del suo senso più immediato.
Pensa che la sua poesia sia il grido disperato di un uomo pieno di speranza?
Sono convinto che i poeti non possano fare a meno di esprimere la propria idea in poesia, con tutta l’ingiustizia sociale che tormenta il mondo. La poesia senza rabbia è un mero esercizio stilistico. La rabbia contro l’ingiustizia sociale è l’essenza stessa della mia poesia. Ma non c’è disperazione. Piuttosto, mi faccio espressione di coloro che non hanno voce ma che hanno dei bisogni da esprimere.
È vero che Hemingway la spronò a scrivere?
Sì. Non l’ho mai incontrato di persona, ma ho avuto l’onore di ricevere una sua lettera in risposta a due racconti che gli avevo mandato, un’imitazione del suo stile. Fu una lettera straordinaria in cui mi raccontò molto di sé, ribaltando del tutto l’immagine di macho che gli avevano ritagliato addosso. Le sue parole avevano un tono letterariamente paterno. Al tempo lui aveva 53 anni e io 19. Ebbe la delicatezza di fare riferimento a cose a cui avevo alluso nella mia lettera, per esempio la ragazza con cui al tempo uscivo. Insomma, mi scrisse una lettera bellissima e piena di umanità.
Quindi, lei non è solo un poeta...
No. Ho scritto anche prosa. Ho frequentato per anni il mondo accademico, prima di essere espulso, e da allora ho voltato le spalle a quel mondo perché le università sono aziende della cultura che appoggiano un sacco di cose negative, persino la guerra. Quel mondo, che ho lasciato molto tempo fa, è il mondo della letteratura e non della poesia.
Ma è vero che tra i suoi studenti a UCLA c’era anche Jim Morrison?
Sì, al punto che tutti me lo domandano. Non era uno studente particolarmente dotato. Alcuni anni dopo, quando era già una star, mi ritrovai con lui a un reading al Western Theatre di Hollywood. Avevo appena ricevuto il premio come miglior insegnante di UCLA. All’esterno del teatro erano scoppiati disordini e qualcuno bruciava la bandiera americana, mentre sul palco io leggevo una poesia fortemente polemica contro l’amministrazione del tempo. Evidentemente Jim Morrison mi vedeva ancora come un esponente del sistema e così, quando fu il suo turno, lesse il Giuramento alla Bandiera, un gesto ironico che mi mandò su tutte le furie al punto che me ne andai. Un anno dopo, mi fece avere due suoi vecchi libri di poesie, nella speranza che io pubblicassi qualcosa su una rivista radicale che dirigevo. Erano autoprodotti ma me li fece avere dalla sua segretaria. Buffo, vero?
Non ha mai pensato di scrivere un romanzo?
Ho scritto un romanzo che è rimasto inedito. Negli anni ’60, ho fatto un esperimento: ho realizzato il primo libro parlato. Ho come aperto la strada agli audiobook. Una storia pazzerella ambientata su un’isola greca.
C'è qualche narratore americano che le è piaciuto leggere?
Ovviamente Hemingway. E poi Furore di Steinbeck, un gran libro. Ma, ripeto, mi piace fare una distinzione netta tra poesia e letteratura: io faccio poesia, non letteratura.