Jan, il sarto che si cucì i panni da nuovo Messia

«Kristus» di Robert Schneider narra la parabola di Giovanni di Leida, che vide in Münster la Gerusalemme celeste e ne divenne re per un anno

Kristo. No, non sto imprecando. A imprecare fu un professore del ’500, quando si vide davanti quella parola: Kristus, Kristo. Aveva chiesto ai suoi studenti di mettere per iscritto i sogni e i desideri che si agitavano nel loro futuro: cosa avrebbero fatto, da grandi? E poi, mentre scorreva distratto i foglietti che contenevano il banale esercizio del domani - «farò il lanzichenecco», scriveva uno, «farò il vescovo», diceva l’altro - s’era trovato davanti l’errore. Bello sodo, crasso persino, ed inequivocabile: Kristus, con la K, e non Christus, come aveva spiegato loro per anni e anni, a lezione. La reazione del professore fu immediata: un ceffone d’epoca moderna, fatto e finito di manrovescio, con lo studente schiantato per terra, svenuto. «Christus!, Cristo si scrive!», gli urlava da sopra, colpendolo ancora. Ma soprattutto, Cristo non si sogna.
Questo aneddoto puerile, che stupisce un poco a una prima lettura, contiene in sé tutta la tragedia di Jan Beukels, meglio noto come Giovanni di Leida, lo studente e poi garzone di sartoria che divenne re per un anno e carne per il boia nel 1534-1536. Nel pieno della Riforma protestante che squassava l’Europa, Jan non fu altro che un uomo in cerca di Dio, per poi crearsi un Paradiso a misura di sé: vide in una città tedesca, Münster, la Gerusalemme celeste e vi instaurò una teocrazia in vista del Giorno ultimo, previsto per la Pasqua del 1534. A seguirlo vi furono migliaia di uomini e soprattutto di donne, con vecchi e bambini, mercanti e lanzichenecchi. E quando l’Apocalisse non si manifestò dall’alto dei cieli, Jan escogitò una propria divinizzazione, ergendosi a sovrano di un ridicolo stato assediato da fuori e vacillante al suo interno, non fosse stato per l’alone profetico di cui era capace di circondarsi - del resto era stato anche un ladro e un truffatore e presto sarebbe divenuto un assassino - mentre la sua anima sprofondava nella schizofrenia. Egli aveva cercato Cristo. Cristo non aveva risposto. Cristo non c’era. E dunque egli era il nuovo Kristo.
A riprendere il filo di questo delirio personale e collettivo è un autore tedesco, Robert Schneider, già autore del fortunato volume Le voci del mondo, con il romanzo Kristus (Neri Pozza, pagg. 550, euro 18,50). Non è la prima volta che la biografia di Giovanni di Leida attira l’attenzione dei romanzieri, come fu il caso de Il re degli anabattisti, dell’aristocratico anti-nazista Friedrich Reck-Malleczewen (1884-1945), ma la materia si presta a una rivisitazione letteraria. Jan è un apprendista sarto che diviene prima profeta e poi re. Instaura un regno fatto di prevaricazioni e violenze inaudite in nome dell’amore e della carità fraterna. Insegue il miraggio della perfetta comunità cristiana contestando Lutero, Zwingli e gli altri che avevano contestato Roma. Impalma sedici mogli e varie altre fanciulle e si giustifica instaurando la poligamia obbligatoria. Sovverte tutto il sacro e tutto il profano nel nome del ribattesimo anabattista (dal greco ana, «ancora», e baptizo, «battezzo»). E porta il suo popolo alla fame e al cannibalismo per poi ritrovarsi tra i ferri roventi del boia, i miseri resti appesi a una delle tre gabbie che ancora pendono dal campanile di S. Lamberto in quel di Münster.
Insomma la storia di un sogno che rasenta la bestemmia per poi mutarsi in imprecazione impastata di delirio. Eppure divenire come Cristo non è forse il santo proposito di ogni vero cristiano? Appunto, come Lui e non - esperienza e teoresi impossibili - Lui. E proprio su questo sottile ma decisivo distinguo si colloca tanta parte della storia del Cristianesimo, anabattisti compresi, che pure nella loro maggioranza non furono (e non sono) violenti.
Robert Schneider scava nelle piaghe della vicenda umana di Jan, quasi per cavarne fuori l’anima e il senso di una tragedia che da personale si fece comunitaria, sociale ed escatologica. Lo fa con una narrazione convincente e spesso avvincente, anche se troppo dominata da un senso di vanità e orrore per la dimensione religiosa dell’uomo che ben si comprende nella penna di un nostro contemporaneo, ma meno nelle vite di quei protagonisti. Eppure a tratti Schneider sembra affacciarsi sull’abisso della ricerca del senso, del restare soli con se stessi e con quel Qualcosa, quel Qualcuno che risponde al nome comune di Dio. Ma sono attimi, dai quali egli si ritrae nel silenzio, nel vuoto, nel non-senso. È impressionante non rintracciare, per 550 pagine, una sola facciata di pura beltà, di vera pace, come se davvero tutto fosse segnato dal nulla. Solo la figura della madre evoca in Jan-Schneider un po’ di calore, ma umano, troppo umano e destinato a spegnersi sul ciglio muto di una strada, senza compagnia e in un viaggio inutile: è questa la sorte impietosa dell’unica donna veramente amata dal profeta di Leida e dal re di Münster.
Ma non è questo l’unico limite di un autore che, verso la fine dell’opera, si fa troppo vicino alla ricostruzione storiografica, svelando le sue fonti: che sono preziosissime e sempre da mettere a nudo da parte dello storico, ma specularmente da non squaternare in un romanzo. Perché appunto la mano del romanziere non può mai cedere lo scettro a quella dello storiografo, come se la sua ispirazione fosse incapace di ricreare un mondo, un volto, un’anima. E non è forse questa la sua prima missione?