Jean Luc Ponty: ancora re del violino jazz

Franco Fayenz

Da quanto tempo il violinista Jean-Luc Ponty non suonava in Italia? Non lo ricorda nemmeno lui. Forse cinque anni, forse di più. «Ho fatto un solo concerto a Roma, di questo sono sicuro. Se poi penso a Milano, temo che gli anni siano più di trenta». Si accettano smentite, ma crediamo sia vero. Erano i tempi in cui Ponty veniva chiamato il John Coltrane del violino. Aveva un gruppo straordinario chiamato Experience, prossimo al jazz informale. Arrivò per una settimana, nel 1972, nel club Jazz Power di piazza Duomo che visse soltanto due anni, ma indimenticabili e gloriosi. Poi si lasciò tentare dal rock e lasciò Parigi per Los Angeles. Diventò una rockstar e i jazzofili gli voltarono le spalle. Adesso, a 64 anni, Ponty si fa rivedere spesso in patria ed è riapparso a Milano per quattro concerti al club Blue Note. In aprile sarà a Catania: il consiglio è di non perderlo. Nel suo quintetto ci sono William Lecomte, francese, al pianoforte e al piano elettrico; Guy Nsangué Akwa, camerunese, formidabile bassista elettrico; Thierry Arpino, americano, alla batteria; e Moustapha Cissé, senegalese, alle percussioni. La formazione dice molte cose che la musica - bellissima - conferma e definisce: Ponty ora tiene conto sia del jazz, sia del rock, ma li sintetizza e li trasfigura in una globalità attuale e seducente in cui si riconoscono sobrie influenze minimali e componenti balinesi. Il violino di Ponty è sempre quello, inimitabile nel vigore del suono e nella tecnica dell’allievo che fu premiato al Conservatorio di Parigi e ammirato nell’Orchestra Sinfonica Lamoureux.