John George Haigh, il vampiro truffatore

John George Haigh, il serial killer solforico, torna alla ribalta. Il giallista spagnolo Andreu Martín s’immedesima in lui, raccontandolo in prima persona in Corpus delicti (Alacrán Editore, pagg. 239, euro 14,80). Ma che cos’ha di tanto interessante questo assassino da farne un personaggio letterario? Oltre a sciogliere le vittime nell’acido (nove in tutto, anche se tre non sono certe), ne beveva il sangue. Tanto da essere noto come «il Vampiro del Sussex». Ma su questa pratica sussistono dubbi. Forse era una perversione confessata per farsi passare incapace di intendere e di volere e scampare alla forca.
I deliri che lo spingevano a procacciarsi sangue, a suo dire, cominciavano con visioni mistiche del Cristo che stillava gocce rosse. Un retaggio infantile. Il padre, severissimo, apparteneva a una setta anticlericale e purista, una forma spinta di protestantesimo dove contava solo la parola di Dio, la Bibbia. Gli proibì di frequentare gli altri bambini, eresse un muro di cinta attorno alla casa, gli vietò di ascoltare musica. La madre, che lo aveva partorito a quarant’anni, lo puniva picchiandolo sul dorso della mano con una spazzola. Una volta gli causò una perdita di sangue che lui succhiò. Episodi simili sono riferiti da altri «vampiri».
Ma più che un pazzo tormentato da incubi mistici, Haigh sembrava un bell’uomo che voleva godersi la vita senza lavorare. Occhi azzurri, un bel sorriso, lineamenti regolari, buone maniere e la fobia dello sporco. Fin da bambino indossava sempre i guanti, anche d’estate. Amava anche le belle macchine. E si comprò un’Alfa Romeo. Naturalmente color rosso sangue! Ma quando compì i delitti aveva un’Alvis. Piaceva alle donne e col sorriso convinceva facilmente la gente. Si credeva al di sopra della legge. Commise varie truffe e durante uno dei frequenti periodi di carcerazione lesse su un giornale di un francese che eliminava le vittime nell’acido per intascare la polizza sulla loro vita.
Quando uscì di prigione si mise in testa che poteva imitarlo. L’ultima vittima, Mrs Olive Durand-Deacon, la conobbe nell’albergo di Londra dove viveva. Haigh aveva finito i soldi accumulati eliminando varie persone, in particolare la famiglia McSwan, e doveva procurarsi nuovo denaro. Invitò la vedova nel suo laboratorio con una scusa, poi la colpì. Quando la polizia ricevette la notizia della sua scomparsa non ci mise molto a sospettare di Haigh. Perquisì il laboratorio e i sospetti si fecero forti. Haigh, con aria distaccata, confessò. La Deacon fu la vittima di cui rimanevano le tracce più consistenti. Il grasso resiste all’acido e lei ne aveva in abbondanza. Buona parte del grasso di cui fu trovato intriso il terriccio nel giardino del laboratorio era probabilmente suo. E anche un piede sinistro restato quasi intatto.
Ciò che sappiamo della vita di Haigh lo ha raccontato lui stesso a un giornale che in cambio delle sue confessioni gli pagò gli avvocati. Diede anche il consenso a Madame Tussaud per fargli il calco del viso e donò i vestiti con cui fu impiccato nel luglio del 1949. Una sua statua di cera è esposta nella camera degli orrori del museo delle cere a Londra. Il romanzo di Martín rappresenta un’altra confessione, più lunga e arricchita di invenzione letteraria. Forse a tratti la confessione è troppo carica di pensiero per essere convincente, avvincente e adattarsi ai panni ben tagliati di questo ineffabile serial killer con la fobia dello sporco. Ma vale la pena di leggerla per l’eccezionalità del caso.