John Woo, dalle bande di Hong Kong al Leone d’oro

È il più anticonformista dei cineasti cinesi, nei suoi film si mischiano
epica, spettacolo e autobiografia. Una monografia aspettando Venezia

Wu Yu Sen, occidentalizzato in John Woo, il regista di un classico come A Better Tomorrow avrà il Leone d’oro alla carriera dalla Mostra di Venezia (1-11 settembre). Qui presenterà fuori concorso Reign of Assassins («Regno d’assassini»), firmato insieme a Chao Pin e interpretato da Michelle Yeoh, stella della diaspora cinese. Il film è del genere wuxia, una sorta di cappa e spada in chiave acrobatica. Un ritorno agli esordi di John Woo - nato a Canton, oggi Guangzhou, nel settembre 1946 - che non ricostruisce però un reale fatto storico, come La Battaglia dei tre regni, che ha segnato il ritorno del regista in una grande produzione cinese, dandogli il maggior incasso nella storia di quel cinema. No, Reign of Assassins offre l’ennesima rappresentazione del tradimento e della doppiezza a opera di John Woo. In Face/Off - il suo film americano più riuscito - il tema era sviluppato fino al punto consentito dalla logica protestante, che non ammette via di mezzo fra bene e male, come notano Marco Bertolino e Ettore Ridola in John Woo: la violenza come redenzione (Le Mani, pagg. 160, euro 14).
John Woo, invece, manicheo non è. Né lo è il connazionale Andrew Lau, anch’egli presente in questa Mostra con Legend of the Fist: The Return of Chen Zhen: sua era la formidabile trilogia di Infernal Affairs, da cui Martin Scorsese trasse The Departed. Né lo è Ang Lee, come si vede dai suoi film della Mostra, specie Lussuria.
Memore più dell’esploratore Marco Polo che del governatore Luca Zaia, Venezia rafforza così il legame con la cinematografia cinese, tripartita fra Pechino, Hong Kong e Taipei. Neanche quest’anno mancherà chi inveirà contro la Cina per quest’ideale («Viola dei diritti umani!») o per quella concretezza («Viola il diritto d’autore!»). E finirà in gloria con l’accusa di «comunismo». Come risposta preventiva, Ang Lee (due Leoni d’oro), Zhang Yimou (due Leoni d’oro e uno d’argento) e John Woo sono figli di ufficiali dell’esercito nazionalista di Ciang e, con la vittoria di Mao nel 1949, ebbero tutti infanzie più che complesse. Solo l’altro grande del cinema cinese, Chen Kaige, è nato da lombi comunisti: figlio di un regista, durante la rivoluzione culturale era adolescente e, come guardia rossa, denunciò il padre. Ebbene Chen Kaige non se ne è ancora dato pace: si veda Together («Insieme»), col quale chiede perdono al padre tradito...
Si sa: c’è spesso dolore all’origine dell’arte. Come simbolico compenso delle sue secolari sofferenze, la Cina ha da trent’anni i migliori film del mondo. Nella stessa fase storica, mezzo secolo fa, accadeva qualcosa di simile all’Italia. Per remota gloria imperiale, meno remota servitù semicoloniale, quasi recente rinascita politica in un regime a partito unico, guerre mondiali e invasioni subite e due porti - Trieste e Hong Kong - perduti per mano inglese e riconquistati, Italia e Cina si somigliano. Infine c’è stata l’affermazione economica, cominciata per entrambi i paesi nell’imitazione dei prodotti altrui, ma destinata a sfociare nell’originalità che può trovare solo chi alle spalle abbia una plurimillenaria cultura.
Se Zhang Yimou è per eccellenza un regista di Pechino, Ang Lee (premio Oscar per Brokeback Mountain), Chen Kaige e John Woo sono anche registi da esportazione. Per John Woo viaggiare era destino: bambino, dovette prendere la via di Hong Kong e per la sua famiglia quella nella colonia inglese fu vita di stenti. E non solo: riferendosi alle risse del suo Bullet in the Head («Una pallottola in testa»), John Woo ha raccontato: «La prima metà del film è autobiografica. Anch’io sono cresciuto nei bassifondi e avevo quel tipo di amici. C’erano molto bande rivali e venivo picchiato per non voler farne parte» (Christopher Heard, Una tempesta di piombo. La biografia di John Woo, Lindau, 2001).
Erano infatti i primi anni Cinquanta, quelli dell’esodo cui partecipa Han Suyin (Jennifer Jones) nell’Amore è una cosa meravigliosa di Henry King. Quando a Hong Kong si girava questa storia d’amore interrazziale (1955) ambientata durante la guerra di Corea, John Woo aveva nove anni e studiava in una scuola luterana solo grazie alla beneficenza di una famiglia americana. Crescendo, passerà, con un sincretismo molto asiatico, al collegio cattolico Matteo Ricci, recando poi per la vita l’impronta cristiana, specie cattolica - in The Killer, prima della strage, Chow Yun Fat accende un cero alla Madonna -, ma anche stoica, nell’immolarsi contro onnipresenza e onnipotenza del denaro. Cercando la bella morte.