Julien Green, la vertigine fulminea della scrittura

Davide Brullo

Pare un personaggio creato da Henry James, uno di quegli americani «cosmopoliti» che fanno dell'esilio una condizione spirituale. Decisamente bello smagliante la somiglianza con Gary Cooper Julien Green è il fauno della contraddizione. Nasce nel 1900 a Parigi da genitori statunitensi, rifiuta la cittadinanza francese, ma scrive la sua opera oceanica le Oeuvres complètes stampate per Gallimard sono all'ottavo volume nella lingua di Pascal. Eppure, per una vita ha desiderato trasferirsi in Italia, progettando, a novant'anni suonati, di comprare, a Forlì, la villa appartenuta a Caterina Sforza. L'Italia, per inciso, la visitò con la blusa della Croce Rossa americana: prestava servizio, lui, apolide e apolitico, sull'Isonzo, durante la disfatta di Caporetto. Questo scrittore che ha passeggiato lungo il secolo se ne va, pimpante, nel 1998 con inconsueta intelligenza, esordisce, sotto mentite spoglie (si firmò Théophile Delaporte), nel 1924 con un corrosivo Pamphlet contre les catholiques de France, prontamente «nasato» da Leo Longanesi che lo fa tradurre per L'Italiano. Eppure, dopo una crisi fatale, sentendosi un «giocattolo in mano del demonio», Green, convertito al cattolicesimo nel 1916, torna a sprofondare in Dio.

Romanziere raffinatissimo, esegeta delle inquietudini, chiromante del dubbio, Julien Green torna a noi, invece, grazie all'editore Nutrimenti che ne raduna i racconti, scritti tra il 1920 e il 1956, sotto il titolo Vertigine. Di che vertigini si tratti, lo dice l'autore: «Quando ci si sporge su se stessi, si scopre un abisso». I racconti l'ispirazione sta tra Edgar Allan Poe e l'aforisma pascaliano a volte brevissimi come il fulmineo Il duello indagano i sottoscala della psiche. A Julien Green piaceva Fabien, se non altro perché in quel ragazzo «di una bellezza pagana», dalla «natura profondamente contemplativa», spiato dalle ante di un armadio nel racconto non accade altro ritraeva se stesso.

Genio dell'egotismo appartiene alla nobile schiatta che da Montaigne e Rousseau arriva fino a Montherlant Green parla sempre di sé. Nei suoi diari (una volta li editava Mondadori...), tra i più stupefacenti esempi del genere, alterna, nello stesso ring di giorni, l'aforisma («Un libro è una finestra dalla quale si evade»), la stoccata («Anglosassoni. Nevrastenici dalle rosee guance»), l'analisi politica (siamo nel 1941: «La Germania non può smettere di vincere, se vuol vivere. Esser tutto questo è il suo programma»), una morale ironica («Dio non parla ai chiacchieroni») e una esistenziale («Tutti i morti sono maggiori di noi»).