Juve, la Signora «gobba» che ci prova

Forse lei potrà darmi una risposta. Da quando è scoppiato l’affare Moggi-Juventus leggo «la Gobba», «I Gobbi», «Battere la Gobba» riferito sia alla Juve che ai giocatori e tifosi juventini. Ma perché «gobba»?


Già, perché? Ho chiesto lumi a Giuseppe Giacomelli, nome che poco compare nel grande Barnum calcistico, ma juventino a 32 carati e cultore massimo della materia. Questo il risultato: l’epiteto «gobba» riferito alla Juventus Football Club e di «gobbi» ascritto sia ai giocatori che ai molti tifosi di quella squadra ha origine incerta. Taluni affermano esserne la causa una certa via dei Gobbi o un quartiere chiamato popolarmente Gobbi dove, in un campo di stenta e spelacchiata erba, si allenava la Juve negli anni Venti, prima che la famiglia Agnelli la rilevasse facendone un gioiello di famiglia. Altri vogliono che il piemontese goeba oltre che gobba stia ad indicare, nella parlata locale, la zebra. La maglia zebrata fu adottata dalla Juventus nel 1903: anteriormente a quella data era rosa e siccome lavaggio dopo lavaggio il rosa scoloriva, i soci del club, studenti del liceo Massimo d’Azeglio di Torino, chiesero a un loro compagno inglese che abitualmente trascorreva in patria le vacanze estive, di ritornarne con una dotazione di maglie dai colori più resistenti. Egli scelse quelle del Notts County, squadra della sua città, a strisce verticali bianche e nere. Altra versione è quella legata al grande Torino pre Superga: siccome surclassava senza sosta la Juventus, piegandola a suon di gol nei confronti diretti, si cominciò a dire che a forza di inchinarsi davanti alla prevalenza granata i giocatori juventini avevano messo su la gobba. Infine l’ultima variante, quella più accreditata: pare che negli anni Cinquanta la squadra indossasse non esattamente delle magliette, ma una sorta di casacca, larga e di forte tela. Nel correre sul campo la casacca, che aveva sul petto una apertura tenuta da dei lacci (stile anglosassone), si riempiva d’aria generando un effetto-paracadute. In pratica creava un rigonfio nella parte posteriore dando l’impressione che i giocatori avessero, ecco che ci siamo, la goeba, la gobba. Ciò consentì ai sostenitori del Torino di dar vita all’epiteto che presto dilagò fuori dalla cerchia della tifoseria diventando d’uso comune per quanti mangiano pane e calcio.
Va aggiunto, ma questo è un argomento che mi son ben guardato dal sollevare con Giuseppe Giacomelli, che la Juventus ha un secondo e più riguardoso appellativo, quello di «Signora»: la signora del calcio. Per signora si intende colei che è raffinata nei modi e nei gusti, attenta alla forma, al decoro, sempre corretta e inappuntabile. Da una signora non te li aspetteresti, ad esempio, tiri mancini. Specie se si proclama ispiratrice di uno stile, lo «stile Juventus» giustappunto, tutto un «prego, prima lei», un «faccia come se fosse a casa sua». Bah. Io di calcio ne capisco poco, ma so cos’è un arbitro e cosa ci sta a fare nel campo. E mi par d’aver letto che in talune circostanze qualche mammasantissimo juventino l’abbia caldamente esortato non tanto ad arbitrare, quanto a commettere arbìtri. Tentazione alla quale pur correndo qualche rischio una Gobba può magari cedere. Ma che signora è una Signora che ci prova?
Paolo Granzotto