KÜNG «Usciamo dal Medioevo»

Parla il teologo svizzero dissidente che sarà alla Milanesiana il 18 luglio: «La fede non deve avere paura della modernità»

Felicità e sofferenza tra Cristianesimo e Islam, è il tema di cui martedì prossimo il teologo svizzero-tedesco Hans Küng discuterà alla «Milanesiana», con Giovanni Reale e Vittorio Sgarbi. Poteva essere anche «bene e male», «guerra e pace», «amico e nemico». Ma allora i due termini della contrapposizione avrebbero rischiato di sembrare assegnati, come il segno più e il segno meno, il positivo e il negativo, ai due credo antagonisti chiamati a confronto.
Professor Küng, per molti, in Occidente, l’Islam è - senza sfumature né possibilità di mediazioni - l’altro, il diverso, l’ostile, il nemico. Non per lei. Perché?
«Ogni religione contiene in sé elementi positivi come pure elementi di debolezza. La domanda che mi sono posto studiando la religione islamica è perché mai siano oltre un miliardo oggi nel mondo le persone che si professano di fede musulmana. Si deve come minimo capire le ragioni di questi fedeli».
È un’apologia la sua? Una difesa che para molte accuse? È una questione di colpa e innocenza?
«Il mio compito, assolto con la scrittura del libro sull’Islam, era più che altro fornire all’Occidente cristiano la migliore introduzione possibile all’altro credo: di fornire gli elementi per comprenderlo a fondo e dall’interno. D’altra parte, con la stessa urgenza dovevo sensibilizzare i musulmani sui propri punti deboli. Indurli all’autocritica. Lo stesso, del resto, avevo fatto studiando il Cristianesimo e l’Ebraismo nei due volumi che preludono a quest’ultimo con cui si compie la trilogia sulle religioni abramitiche. Nessuno dei tre grandi monoteismi è libero da colpe. Basta pensare ai bombardamenti dell’esercito Usa in Irak e ai 100mila morti tra i civili, o all’esercito israeliano di occupazione in Palestina».
Ci troviamo, appunto, in uno stato di guerra. Come trasformare allora il sospetto nei confronti degli islamici in comprensione? La demonizzazione in dialogo?
«Fornendo in primo luogo un’informazione precisa. Il problema è soprattutto l’ignoranza: molti cristiani non hanno che una conoscenza vaga, spesso falsa dell’Islam. E viceversa: i musulmani conoscono poco e male il cristianesimo».
Di fondamenti lei parla infatti. Scrive che non può esservi pace tra le nazioni senza dialogo tra le religioni. Né dialogo è possibile senza una ricerca dei fondamenti. Storici? Culturali? Etici?
«Anzitutto religiosi. Perciò il mio primo passo mi ha riportato ai pilastri della religiosità musulmana, alla sua base confessionale. Poi si doveva studiare il modo in cui questi elementi di fondo si sono realizzati nel corso della storia».
I fondamenti di un credo mutano con il tempo?
«Certamente. Le grandi fedi monoteiste hanno tutte conosciuto un’evoluzione. E hanno attraversato rotture, fratture epocali dei loro paradigmi. È colpevole ostinarsi a mantenere un paradigma superato».
Qual è il volto con cui si presentano nell’epoca moderna?
«Tanto il Cristianesimo quanto l’Islam sono per molti versi ancora fermi al proprio Medioevo, che è stata una grande epoca per entrambe le fedi. L’età moderna però ha inaugurato un nuovo paradigma, e ha messo in dubbio posizioni che sarebbe retrivo conservare. I cristiani, come i musulmani, sono perciò chiamati dall’epoca a trovare la strada che li conduca dal proprio Medioevo al mondo moderno».
Un mondo che li espone a qualche minaccia. Stride oggi più che mai l’eterno contrasto tra fede e ragione, fede e potere, fede e ideologia, demagogia, tecnologia delle comunicazioni...
«Sono tre a mio modo di vedere le idee guida della modernità. Tre concetti fondamentali: ragione, progresso, nazione. Tutti rappresentano qualcosa di buono e hanno apportato molti elementi positivi. Hanno però rappresentato e rappresentano un pericolo per la fede, posta davanti al tribunale della ragione. Messa inoltre in discussione dal progresso delle conoscenze scientifiche e tecnologiche che, quando sfuggono al controllo di una morale dettata dalla fede, operano a danno dell’umana felicità. Minacciata infine dalle guerre ingenerate dai nazionalismi emersi dopo la rottura dell’unità sacrale dell’impero medievale. Ciò non significa che la modernità vada rifiutata. Si deve trovare un punto di equilibrio nell’orizzonte fondamentale di un’etica mondiale».
Evoluzione storica e declino. Oggi assistiamo a una fase di crisi, a una degenerazione, dell’Islam. Quando ha avuto inizio questo processo?
«È una lunga storia, iniziata nel XII secolo, nella fase immediatamente successiva alla straordinaria fioritura della civiltà e della società musulmane. Con l’emarginazione dei filosofi, a partire dal bando contro Averroè, si è resa impossibile la nascita di quella figura intellettuale conosciuta dall’Europa nel Trecento. Ciò ha impedito per molti secoli uno sviluppo culturale, scientifico, tecnico, economico, sociale e politico del mondo islamico paragonabile a quello del moderno Occidente. Nella storia dell’Islam non ci sono Rinascimento, né Riforma, né Illuminismo. Ogni tentativo di rinnovamento è stato poi certo frenato dalle resistenze tradizionalistiche e dalle derive fondamentalistiche. Ma fin dall’inizio, è venuto a mancare il ruolo dell’intellettuale autonomo e critico».
Anche l’Occidente vive oggi una stagione di indebolimento. Quanto lontano deve riandare nella storia per scoprire le proprie radici intrecciate a quelle dell’Islam?
«Sempre al Medioevo deve risalire: ai tempi in cui proprio Averroè, l’autore dei commentari ad Aristotele, l’intellettuale bandito dalle élite religiose spaventate dalla minaccia filosofica all’autorità della rivelazione, introdusse in Europa il pensiero dei greci. Il grande pensatore spagnolo, di fede musulmana, rappresenta un punto d’inizio per la filosofia medievale cristiana».
Medioevo aurorale e fatale: un inizio importante e un destino da cui liberarsi. «Medievale», lei ha definito l’atteggiamento conservatore della Chiesa nella sua polemica contro Giovanni Paolo II e contro il presunto tradimento dello spirito del Concilio Vaticano II. Qual è invece il suo rapporto con papa Benedetto XVI?
«Una cosa mi basta raccontare. Per 27 anni Giovanni Paolo II non ha risposto a una mia lettera, non mi ha ringraziato per un libro, non mi ha mai concesso un colloquio. Benedetto XVI mi ha ricevuto senza esitazioni, mi ha ospitato a Castel Gandolfo, si è intrattenuto per quattro ore di dialogo. Su molti punti ci siamo trovati d’accordo. Sugli elementi di fondo della fede, naturalmente, ma anche sull’urgenza di promuovere un dialogo interreligioso. E sulla necessità di definire un’etica mondiale e universale. Certo, le nostre visioni del mondo e le nostre concezioni della Chiesa sono profondamente diverse. Ma un fecondo confronto sul bisogno di un rinnovamento si è stabilito».