Kabul risorge e dimentica i talebani

I telefonini abbondano, i burqa sono rari, il traffico nelle strade è anarchico e vivace. E le rovine lasciano spazio a nuovi edifici

Adrien Jaulmes

Accovacciati sopra un’impalcatura traballante, gli operai lucidano con uno spazzolino da denti i merletti di marmo bianco della tomba di Babour Shah. Attraverso la delicata dentellatura, opera di scultori mogol, passa la luce del sole al tramonto, che brilla lontano sui resti dei tetti di zinco dell’antico palazzo reale Darulaman, accende qualche riflesso sui vetri delle case, situate più in basso, nei quartieri occidentali di Kabul, e delinea sul cielo di un blu profondo le creste color terra delle montagne circostanti.
Grandi restauri
Iniziati nel 2002, i lavori di restauro dei giardini di Babour, devastati dai combattimenti fra le fazioni rivali di mujaheddin, che hanno sconvolto la capitale afghana fra il 1992 e il 1996, sono quasi giunti al termine. L’elegante tomba di marmo del principe mogol, morto ad Agra dopo aver conquistato l’India nel 1526 e sepolto, secondo le sue volontà, nell’amata città di Kabul, porta ancora le tracce di pallottole e di graffiti. Ma gli alti muri di cinta in pisé (misto di argilla battuta con sassi e paglia, ndt), che scendono lungo il versante della montagna, sono stati ricostruiti. Molti alberi da frutta sono stati ripiantati. Fra poco, l’acqua scorrerà di nuovo a cascata lungo i canali che scendono a gradoni verso la parte più bassa del giardino, e le rose, tanto care agli afghani, stanno già rifiorendo nei cespugli.
«Oh splendida città di Kabul, nel tuo abito di montagne scoscese - scriveva nel XVII secolo il poeta persiano Saib i-Tibrizi -. Nessuno può narrare la bellezza delle lune sopra i tuoi tetti, né le centinaia di mirabili soli nascosti dietro le tue mura».
Vent’anni di guerre
Ma anche se le creste aguzze si innalzano ancora nel mezzo della capitale afghana, inerpicata a oltre 1.700 metri di altezza fra le maestose montagne dell’Indu Kush, i muri e i tetti di Kabul hanno patito la guerra, che ha sconvolto l’Afghanistan per circa vent’anni, e alla quale la città ha pagato un pesante tributo.
Quartiere generale delle truppe sovietiche durante il protettorato instaurato da Mosca sull’Afghanistan fra il 1979 e il 1989, Kabul è rimasta tuttavia quasi intatta alla caduta del regime comunista di Najibullah, nel 1992. Ma la guerra arriva in città il giorno stesso. I mujaheddin di Ahmed Shah Massoud scendono dai loro feudi del Panshir e si impadroniscono del centro della città, a nord del fiume Kabul. Il rivale e nemico di sempre, Gulbuddin Hekmatyar, si posiziona sulle alture a sud e bombarda il centro della città con i suoi cannoni e le batterie di katiuscia.
Per più di tre anni, le fazioni afghane si disputano le vie del centro e le alture che ne consentono il controllo, devastando monumenti e case. Gli abitanti che non possono fuggire, si rifugiano fra le rovine, senza acqua né elettricità.
Il regime islamico
Ma nemmeno la fine dei combattimenti, nel 1996, porta alla liberazione. I talebani, che entrano senza combattere nella capitale afghana, con i loro turbanti neri e i loro vessilli bianchi, condotti da mullah semianalfabeti e da un islam primitivo e immaginifico, sono dei contadini pashtun che non hanno mai visto una città in vita loro. Sotto il loro giogo, Kabul piomba in un triste dopoguerra. Messi al bando fotografi e musicisti. Chiuse le scuole femminili. Mentre la polizia religiosa della Repressione del Vizio e Promozione della Virtù controlla le barbe troppo corte e le donne che non indossano il burqa.
La campagna aerea dell’esercito statunitense, che disperde gli studenti di religione e riapre le porte della città ai mujaheddin del Panshir all’inizio dell’inverno 2001, ha restituito la vita alla città martire. Se mai poteva esserci anche un solo successo nella campagna lanciata dagli Stati Uniti al cuore del mondo musulmano dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, ebbene, questo successo è rappresentato dalla rinascita di Kabul.
Tornano gli esuli
La presenza dei contingenti stranieri dell’Isaf, la Forza internazionale delegata a garantire la sicurezza nella città, viene vissuta da quattro anni come un sollievo da parte di una popolazione straziata da anni e anni di guerra. Centinaia di migliaia di profughi afghani hanno potuto rientrare dal Pakistan, e la popolazione di Kabul è passata da circa 700mila abitanti a tre o quattro milioni.
Malgrado gli attentati che colpiscono sporadicamente la città, e la ricomparsa dei talebani che si sollevano nelle province del sud e dell’est, la città - per lungo tempo miserabile e rassegnata - ha ripreso fiato.
Intorno ai giardini di Babour, nelle vie che scendono verso il fiume Kabul, le stigmate dei combattimenti devastatori si stanno attenuando. Le rovine delle case, le cui pareti squarciate tornano nella terra afghana color polvere come blocchi di ghiaccio fuso al cioccolato, vengono a poco a poco rimpiazzate da piccoli chioschi, che riaprono uno dopo l’altro. Venditori di paccottiglia pakistana multicolore, stagnini e fabbri, riparatori di moto giapponesi e venditori ambulanti di frutta e verdura con bancarelle grondanti di cocomeri e frutti.
Lungo il Jadi Maiwand - la grande arteria commerciale, che in altri tempi correva attraverso i viali coperti di Chor Bazar e che i combattimenti fra mujaheddin avevano trasformato in una seconda Stalingrado - sono sorti qua e là degli edifici moderni, con i vetri colorati alla moda pakistana.
La circolazione è anarchica e vivace. Taxi gialli, vecchie Moskovich sovietiche o Toyota Corolla, enormi 4x4 bianche delle Nazioni Unite o convogli delle società di Sicurezza americane dagli spessi vetri colorati, si incrociano a suon di clacson, ignorando i segnali dei poliziotti afghani in guanti bianchi, che tentano di mettere un po’ d’ordine in questo caos viaggiante.
Il telefonino spopola
Il telefono portatile, che ha fatto la sua comparsa a Kabul, è diventato l’ultimo oggetto alla moda. Le due società, la Afghan Wireless e la Roshan, hanno riempito la città di manifesti pubblicitari che raffigurano bambini sorridenti, giovani donne dalle splendide dentature e mujaheddin barbuti, tutti con il portatile incollato all’orecchio. Nelle strade, distinti signori con berretti di astrakan, o vestiti in shawar, la barba folta e il piglio serio sotto il turbante o il pakol, camminano a due a due tenendosi per il mignolo secondo la moda afghana, il portatile nell’altra mano.
Nel bazar si incrocia ancora qualche burqa. Ma nelle vie del centro, la maggior parte delle donne afghane hanno rimpiazzato il burqa con un semplice scialle. Gli elegantoni passeggiano sotto ombrellini parasole. Le ragazzine e le liceali che escono da scuola o dal Liceo Malalaï con i libri sotto al braccio, indossano solo un velo bianco sopra la divisa nera.
Il Liceo Istiqlal, l’istituto creato dalla Francia nel 1923 e i cui edifici, dallo stile moderno un po’ obsoleto, erano stati inaugurati da Georges Pompidou nel 1968, è stato rinnovato. Le aule sono al completo e il cortile è pieno di bambini che corrono spensierati.
Nuovi ricchi e tanti poveri
Il contrasto fra la miseria quasi medievale dei portatori d’acqua o degli Hazaras, agganciati come bestie da soma ai loro carretti a mano, e la prosperità dei nuovi ricchi - signori della guerra trasformati in uomini d’affari immobiliari, baroni della droga o ricchi uomini d’affari di ritorno dall’esilio in Occidente - non poteva essere più impressionante. «Certo, una parte del denaro investito a Kabul è indubbiamente di origine non proprio chiara», ammette Sami Hassan, un uomo d’affari afghano rientrato dalla California nel 2002. «Ciò nondimeno, si inserisce nell’economia locale. E sicuramente questo denaro arriva in modo più diretto alla popolazione che non molti progetti sponsorizzati dalle Ong occidentali», dice. Nelle serate organizzate da questi emigrati rientrati al loro Paese dopo un esilio di oltre vent’anni, le conversazioni passano dalla lingua dari al tedesco, all’inglese o al francese. I segni più evidenti di questa prosperità ritrovata sono gli immobili dalle facciate di vetro, che spiccano nel centro della città, in mezzo alle case divenute color terra per la polvere. Il Kabul City Center, che sorge vicino al parco di Sah-i-Nau con la sua facciata di vetro scuro color pistacchio, stona un po’ con gli edifici più vecchi che circondano questo parco dai grandi alberi malinconici. Ma i perditempo vengono qui per ammirare le boutique con le luci al neon, copia afghana di un mall americano.
Afghani provenienti dalla campagna, con lo scialle ripiegato sulla spalla, in testa il pakol tajiko o il grande turbante pashtun, guardano con un certo stupore le prime scale mobili della città. O lo strano distributore di banconote, installato da poco da una delle nuove banche afghane.
«Mi piace, perché è tutto in ordine», dice Raihane, un giovane studente di medicina di Kabul. In questo Paese dalle montagne aride e dal clima rude, dove regnano la polvere e i muri di pisé color terra, queste nuove costruzioni rappresentano il futuro.
«C’è seria preoccupazione per il mantenimento dell’immagine di Kabul», dice una giovane afghana, laureata in Architettura in Germania, che da due o tre anni sta elaborando un programma di protezione della città. Sorridente, fumando una sigaretta, in jeans sotto la lunga camicia afghana, ci mostra sulle cartine colorate del suo ufficio i quartieri storici di Kabul. «Abbiamo selezionato un certo numero di luoghi che devono essere protetti. Nessuna costruzione che superi due piani. Ma sono un po’ pessimista. Tutto procede così in fretta e nella più totale anarchia».
«La città è cambiata»
Nei giardini dell’Atmosphère, un ristorante francese divenuto luogo di incontro della piccola comunità di espatriati occidentali a Kabul, Marc Victor istruisce la sua squadra di camerieri. Sono tutti giovani reclutati da una Ong afghana, che si occupa del loro reinserimento. Al suono della musica lounge, questi giovani imparano a cucinare e a servire vino francese, anche se la legge afghana autorizza l’uso di alcol soltanto agli stranieri. «Sono a Kabul ormai da più di tre anni - spiega Marc Victor -. La città ha fatto un notevole cambiamento durante questo periodo. Il commercio è in ripresa, il denaro circola, questo è indubbiamente positivo, anche se resta ancora molto da fare».
Il venerdì, gli afghani vanno con le famiglie a fare pic-nic a Paghman, una valle che si inerpica verso le montagne a ovest della città, e che era l’antica residenza estiva dei re afghani. Sulle sponde di un lago artificiale, i bambini si divertono nel piccolo parco giochi allestito sulla riva, un’oasi di verde fra le colline color terra. In questo preciso punto, dieci anni fa, una batteria di katiuscia era puntata sulla città.
Le Figaro/Volpe
(traduzione di Rosanna Cataldo)