KAFKA Il castello delle metamorfosi

Fra gli intramontabili del ’900 Franz Kafka occupa una posizione insostituibile. Tutti i problemi, i dubbi, le angosce, le speranze della modernità s’incarnano nella sua opera. In tutta la sua opera, nei suoi racconti, spesso brevi e fulminanti come La metamorfosi, nei suoi tre romanzi, angosciosi e affascinanti, ma anche nei suoi diari e nelle sue lettere. Elias Canetti chiamò «l’altro processo» le lettere di Kafka a Felice, la sua fidanzata «storica», mai sposata. Gli epistolari kafkiani sono tutti intriganti, indimenticabili, autentici romanzi dell’autore ebreo di Praga, che scrisse il più armonioso e perfetto tedesco del secolo.
Ora l’editore Neri Pozza pubblica in un elegante volume l’epistolario con Max Brod: Un altro scrivere. Lettere 1904-1924 (pagg. 447, euro 40), a cura di Marco Rispoli, che ha tradotto le lettere di Brod, e Luca Zenobi, che ha tradotto quelle di Kafka. Le lettere gettano una luce intensa sulla vita dei due scrittori. Era, la loro, una strana amicizia. Brod ammirava l’amico con un sentimento di rispetto che sfiorava la venerazione. Il suo più grande merito fu l’aver intuito subito che Kafka era appunto Kafka, il principale scrittore tedesco vivente. E l’aveva capito già nel 1907, affermandolo in un articolo quando Franz non aveva pubblicato nulla. La sua vita fu costellata da estreme prove di fedeltà all’amico. Kafka l’aveva incaricato in due biglietti di bruciare tutti i suoi scritti, ma alla sua morte, avvenuta il 3 giugno 1924, Brod, cominciò a pubblicare prima i tre romanzi e poi gli altri scritti, racconti e diari. E quando i nazisti invasero Praga, Brod, che era stato un sorta di enfant prodige, molto apprezzato dalla critica, fuggì con l’ultimo treno portandosi appresso tutti i manoscritti dell’amico, privilegiandoli ai suoi.
Una tale dedizione corre per tutto l’epistolario che testimonia di un’immensa amicizia, che conobbe un momento difficile determinato dalla militanza sionista di Brod, secondo cui la questione ebraica avrebbe trovato la sua soluzione nel progetto sionista di Buber. Kafka era troppo moderno, troppo «occidentale» (come si definiva) per queste forme di neofondamentalismo. In una pagina di diario degli ultimi anni scrive che si era vicini all’epifania di una nuova scrittura, di una nuova cabbala, se non fosse intervenuto il sionismo a ridimensionare l’utopia e il sogno che animava tanti intellettuali ebrei.
Come illustra Michael Löwy nel prezioso libretto Kafka sognatore ribelle (Elèuthera, pagg. 134, euro 13, traduzione di Guido Lagomarsino), il nucleo profondo della scrittura kafkiana è «il desiderio di libertà», la «dimensione critica e sovversiva» della sua opera, senza imprigionare tali affermazioni in una lettura angustamente politica di Kafka, autore che non si lascia ingabbiare dalle interpretazioni, ma che ci parla nella sua opera narrativa e in quella diaristica ed epistolare. E le lettere con Brod tornano sempre a definire il suo universo immenso eppure limitato a quello scarso chilometro quadrato del primo distretto di Praga, da cui si allontanerà soltanto un paio d’anni prima di morire, ormai segnato irreversibilmente dalla malattia.
Per Kafka e il suo tremendo rapporto con la letteratura è decisiva la lettera del giugno 1921 dal sanatorio di Matliary, in cui parla con rara immediatezza dell’ebraismo e del destino degli autori ebrei di Praga, usando un plurale che riflette la sua posizione spirituale ricostruita nel drammatico confronto con la generazione dei padri, ricchi ebrei dell’assimilazione, mentre loro - i figli - erano segnati da un sentimento di crisi di fronte alla dissoluzione dell’Impero austroungarico, e soprattutto dal tramonto della loro identità ebraica, smarritasi con l’emancipazione e la scomparsa dei ghetti, in cui pure erano sopravvissuti per secoli fedeli al loro destino millenario. «La disperazione che ne derivava - scrive - era la loro ispirazione. \ Essi vivevano tra tre impossibilità, l’impossibilità di non scrivere, l’impossibilità di scrivere in tedesco, l’impossibilità di scrivere diversamente, si potrebbe aggiungere una quarta impossibilità, l’impossibilità di scrivere».
Il tormento disperato di Kafka era vissuto con una distaccata, algida ironia, quella che trapelava nel suo continuo umorismo, quel misterioso fluido intellettuale che attraversa la sua opera, come pure tutto l’epistolario, che è una fonte di conoscenze per la vita dei due scrittori, ma ancor di più è una straordinaria variazione sul tema della scrittura kafkiana, quella che ci lascia sempre interdetti, che sa trovare una soluzione diversa, inattesa, che dimostra come la sua lingua si trasformi in un luogo di conoscenza. Scrivendo a Brod del loro rapporto con le donne e con l’amore, Kafka osserva: «Tu vuoi l’impossibile, per me è impossibile il possibile».