Kamikaze, una vocazione che non muore

A chi tende ancora a chiudere gli occhi di fronte al pericolo del fondamentalismo islamista, consigliamo di riflettere su un dato: la moltiplicazione dei terroristi suicidi rispetto a dieci anni fa. Il fenomeno, che agli inizi, nonostante i precedenti delle Tigri tamil (i kamikaze erano un’altra cosa: militari che sacrificavano la propria vita in guerra per un'azione altrimenti impossibile) aveva suscitato diffuso orrore, oggi è considerato di routine. Tra Irak, Afghanistan, territori palestinesi, Pakistan, e occasionalmente anche Libano, Arabia Saudita, Cecenia, India, Filippine e Thailandia meridionale, non passa giorno senza che si verifichino uno o più di questi attentati, che ormai vengono registrati dai media solo se provocano un numero eccezionale di vittime o hanno protagonisti fuori dal comune, come giovani donne o cittadini occidentali. Non ci stupiamo neanche più quando i Talebani annunciano di avere pronti duemila giovani disposti al martirio, quando l’Iran avverte di avere migliaia di pasdaran che si preparano al sacrificio supremo o quando apprendiamo che le famiglie degli shahid palestinesi non solo non piangono il loro congiunto, ma ne sono orgogliosi, anche se da tempo non arrivano più i soldi di Saddam Hussein.
Il fenomeno è una prerogativa dell’Islam: come si suol dire, non tutti i musulmani sono terroristi suicidi, ma tutti (sempre con l’eccezione Tamil) i terroristi suicidi sono musulmani. Possono essere sunniti come sciiti, e spesso compiono i loro attentati non contro «crociati, sionisti e buddisti», ma contro i musulmani della setta rivale, considerata eretica.
Gli esperti si chiedono a che cosa attribuire la moltiplicazione degli shahid. Alla base c’è sicuramente la convinzione che l’Islam è impegnato in una guerra santa non solo contro l’Occidente, ma con tutto il resto del mondo dove esso è, in qualche modo, respinto o oppresso, o comunque i «veri credenti» sono costretti a vivere sotto il dominio degli infedeli. Il culto del martirio non è - come vorrebbero farci credere i soliti sociologi «impegnati» - il frutto della disperazione dei campi profughi, ma di convinzioni radicate anche in giovani delle classi medio-alte. Basti pensare allo status sociale dei diciannove attentatori dell’11 settembre, o dei cinque della metropolitana di Londra. A inculcargliele non sono stati soltanto gli imam estremisti che hanno il controllo di buona parte delle moschee (purtroppo, anche di quelle italiane), ma un articolato apparato di indottrinamento che va dalle madrasse finanziate dall’Arabia Saudita a molti media dell'area mediorientale, da una infinità di testi scolastici a una selva di siti internet. La stessa Tv Al Jazeera concede non solo molto spazio, ma anche un occhio benevolo a chi si immola per la causa. Questa predicazione trova un terreno fertile, nel senso che molti musulmani credono ancora che il sacrificio della vita per la causa dell’Islam li porti in paradiso, con la sua dotazione di vergini, e tra le varie interpretazioni del Corano sono pronti ad accettare quella che premia lo shahid e a respingere quella moderata, che vieta il suicidio anche quando è commesso nel quadro e in nome della Jihad.
La prospettiva è, perciò, che gli attentati suicidi continueranno ad aumentare, sia per l’abbondanza dei candidati, sia per la mancanza di una efficace propaganda contraria, sia perché, in certe situazioni, rappresentano effettivamente l’arma più efficace di cui i fondamentalisti dispongono. Per adesso, l’Italia è stata risparmiata da questo flagello, ma solo perché gli aspiranti shahid della nostra comunità islamica hanno preferito andare a morire in Afghanistan o in Irak anziché a Milano o a Roma. Non vogliamo essere catastrofisti, ma è probabile che se un giorno la galassia di Al Qaida decidesse di colpire il nostro Paese, non avrebbe difficoltà a trovare chi, sull’esempio dei giovani inglesi di origine pakistana, sarebbe pronto al sacrificio.