Kandinskij, Malevic e compagni Quando il partito arruolò l'arte

Il bolscevismo dettava la linea anche ai pittori. I quali obbedirono, salvo poi subire la violenza del regime

Nel 1932, per celebrare il quindicesimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre, il critico d'arte e promotore delle avanguardie Nikolai Punin organizzava a Leningrado una grande mostra sugli «Artisti della Federazione russa in quindici anni». Con duemila opere la rassegna occupava cento sale del museo di Stato ed esaltava la diversità degli artisti e degli esperimenti maturati nel fermento scatenato dalla rivoluzione. Autori come Kandinskij, Chagall, Malevic, Tatlin, Rodcenko, Popova si erano immersi nella ricerca di una nuova arte per il nuovo ordine sociale bolscevico. Ma l'euforia non era destinata a durare. Alla fine dello stesso anno un decreto staliniano reprimeva le avanguardie, tutti i gruppi indipendenti venivano sciolti, l'arte doveva esprimere soltanto l'ideologia sovietica. Stalin imponeva il realismo socialista.

Ora una grandiosa rassegna alla Royal academy di Londra, «Revolution: russian art 1917-1932» (dall'11 febbraio al 17 aprile) commemora il centenario della rivoluzione russa rivisitando la mostra di Leningrado. Curata da due studiosi del Courtauld institute, Natalia Murray e lo storico d'arte russa John Milner, presenta duecento opere provenienti dai grandi musei di Stato di San Pietroburgo e di Mosca, e da collezioni private di tutto il mondo, assieme a opere grafiche, fotografie, film, ricostruzioni di strutture architettoniche e disegni industriali. L'avanguardia russa non è più presentata solo nei termini dei suoi maggiori esponenti, spiega John Milner, ma viene situata nella complessità del contesto rivoluzionario e di una più ampia produzione artistica, oggi celebrata in Russia ma sconosciuta in Occidente.

Se una sala è interamente dedicata a trenta opere e strutture suprematiste di Malevic, nella ricostruzione dell'esatto allestimento progettato per la mostra del 1932, un'altra è tutta dedicata all'opera figurativa di Kuzma Petrov-Vodkin in cui spicca, accanto alla dinamica Fantasia del 1920, il contestato ritratto di Lenin nella bara (1924), uscito per l'occasione dai depositi della Galleria Tretjakov di Mosca. Fra le altre opere, La Promenade di Chagall dipinta quando l'artista era commissario artistico a Vitebsk nel 1917-18, il Bolshevik (1920) di Kustodiev, le fabbriche tessili di Alexander Deineka, gli enigmatici Contadini senza volto dell'ultimo Malevic. Tutto il percorso è punteggiato dalle audaci fotografie di Rodcenko, dai film sperimentali di Dziga Vertov e di Sergei Eisenstein. C'è anche la ricostruzione di un'esemplare, sobria e perfetta kommunalka, gli appartamenti collettivi, di El Lissitskij, e il meraviglioso aliante Letatlin di Tatlin, sospeso in aria come un grande uccello, simbolo di un sogno svanito.

La struttura tematica della mostra facilita l'esplorazione delle complesse interazioni fra arte e politica, dalla presa del potere di Lenin al suo culto dopo la morte, seguito dall'avvento di Stalin. La cultura del nuovo ordine e l'uomo e la macchina illustrano il lavoro di uomini e donne per promuovere industria e tecnologia. Il destino dei contadini analizza l'impatto della collettivizzazione agricola sulla tradizione rurale, il contadino di Pavel Filonov (1931) ne esprime il disorientamento e la pena. Per contro il tema della Russia eterna illustra il persistere anche in tempi rivoluzionari delle immagini della vecchia Russia come simbolo di identità nazionale. La mostra continua con le diverse realtà sociali, fra ricchi e poveri, durante gli anni della Nep instaurata da Lenin, per concludersi con Stalin e la sua la cupa utopia del progresso, i progetti industriali e l'emergenza del realismo socialista. Tutto cambiava. Disillusi gli artisti della rivoluzione emigrarono o gettarono la spugna o svanirono nel gulag, e anche Malevic, arrestato e sotto pressione, adottò un nuovo realismo enigmatico che sembrava contraddire molti dei suoi valori fondamentali.