Katyn, così l’Occidente ignorò la strage

Churchill e Roosevelt furono informati già nel ’43 del fatto che
migliaia di polacchi erano stati trucidati dai sovietici Chiusero occhi e
orecchie per motivi politici e militari. E l’omertà continuò a lungo
anche dopo la fine della guerra

Anticipiamo qui ampi stralci dell’articolo di Alberto Indelicato «Katyn e gli occidentali » pubblicato nel numero di luglio-agosto della rivista Nuova storia contemporanea, bimestrale di studi storici e politici in edicola da oggi. Indelicato nel suo saggio ricostruisce le ragioni politiche che spinsero gli Stati Uniti di Roosevelt e la Gran Bretagna di Churchill a ignorare la tragedia.

Storia della seconda guerra mondiale, Winston Churchill dedica poche pagine al massacro di Katyn. Egli racconta che ai primi di aprile del 1943 il generale Wladyslaw Sikorski, capo del governo polacco in esilio a Londra, gli riferì di avere prove certe che 14.500 militari polacchi erano stati fatti massacrare dal governo sovietico. La notizia del rinvenimento delle fosse comuni dei polacchi uccisi era stata data qualche giorno prima dal governo tedesco, le cui truppe ne avevano scoperto i cadaveri in grandi fosse comuni in varie località nei pressi di Katyn durante la loro avanzata nella zona di Smolensk. Era il territorio che l’Urss aveva occupato nell’autunno del 1939 a seguito della spartizione decisa con il patto Ribbentrop-Molotov. I primi sospetti di Sikorski risalivano tuttavia a due anni prima quando, concluso un accordo con i sovietici, i polacchi avevano avuto la possibilità di creare un’armata per combattere contro i tedeschi. Il comando era stato affidato al generale Wladyslaw Anders, tirato opportunamente fuori dal carcere della Lubianka, dove era stato rinchiuso e torturato nel 1939 dopo esser caduto prigioniero. Anders per costituire il suo esercito aveva ottenuto che fossero rilasciati dall’Urss un gran numero di soldati e ufficiali, ma si accorse che ne mancavano migliaia di altri, tra cui almeno alcuni generali, che egli conosceva personalmente perché avevano fatto parte del suo Stato Maggiore. Alle sue richieste di notizie le autorità sovietiche avevano dato risposte vaghe e contraddittorie. È vero - gli dissero - quei militari erano stati loro prigionieri, ma se ne erano poi perdute le tracce. [...] Dopo vari tentativi di ottenere risposte meno generiche tramite l’ambasciatore, Sikorski decise di affrontare la questione direttamente con Stalin, che lo ascoltò attentamente e alla fine avanzò l’ipotesi che, quando le truppe sovietiche si erano ritirate per l’avanzata germanica, quegli uomini avventurosi, rimasti liberi dopo esser stati amnistiati, forse si erano trasferiti per conto loro in Manciuria. L’ipotesi era così balzana da lasciar stupefatti. [...] La scoperta e le rivelazioni tedesche nella primavera del 1943 avevano però riaperto il caso, di cui era stato investito anche Churchill. La sua risposta al primo ministro polacco fu quasi irritata e non priva di cinismo: «Se sono morti, non potete far nulla per richiamarli in vita». In realtà i polacchi non volevano nessun miracolo, volevano soltanto conoscere la sorte dei loro compatrioti. In una lettera di quei giorni al suo ministro degli Affari Esteri Anthony Eden, Churchill scrisse: «Non dobbiamo continuare a girare patologicamente attorno a tombe vecchie di tre anni vicino a Smolensk». [...] Il 13 aprile il governo tedesco, certo della responsabilità sovietica, aveva proposto un’inchiesta internazionale neutrale, che i polacchi si dichiararono pronti ad accettare. Sikorski aveva addirittura già preso contatto con la Croce Rossa Internazionale perché procedesse all’inchiesta. Churchill tacque sull’argomento, ma è evidente che egli aveva fermamente sconsigliato un simile passo, che comunque non portò a nulla perché la Croce Rossa Internazionale pose come condizione per il suo intervento che ci fosse l’accordo di tutte le parti interessate. [...] In mancanza di un’inchiesta internazionale, i tedeschi ne organizzarono una per loro conto, ricorrendo a dodici esperti di riconosciuta autorità scientifica, nessuno dei quali tedesco. Essa infatti non poté essere composta da cittadini di Stati neutrali - rimasti pochi nell’Europa di quegli anni - ma, a parte uno scienziato svizzero, il professor Nivelle, i suoi membri appartenevano a Paesi alleati dell’Asse, tra cui l’italiano Vincenzo Palmieri, direttore dell’istituto di medicina legale dell’università di Napoli. Il rapporto finale dei dodici membri confermò all’unanimità la tesi dei tedeschi sulla base di vari elementi obiettivi, a cominciare dalla data - autunno-inverno 1939 - della morte violenta delle vittime. Tutte portavano indumenti pesanti e alcune avevano in tasca quotidiani di data non successiva al 1939. Anche una commissione della Croce Rossa polacca, autorizzata dai tedeschi a indagare, giunse agli stessi risultati. [...] Le ragioni che durante la guerra avevano spinto Churchill a ignorare la tragedia di Katyn valevano ovviamente anche per Franklin Delano Roosevelt. Tuttavia il caso di quest’ultimo è più complesso sotto diversi punti di vista. Il presidente degli Stati Uniti aveva avuto numerose segnalazioni, oltre a quelle fornitegli da Churchill e dai rappresentanti ufficiali polacchi a Washington. Il suo ambasciatore a Mosca, Averell Harriman, gli aveva segnalato già nell’inverno del 1942 - prima dunque della scoperta delle fosse comuni - la «possibilità» che i sovietici fossero colpevoli della sparizione di migliaia di polacchi. Il tenente colonnello Henry Szymanski, ufficiale americano di collegamento con l’esercito polacco in Medio Oriente, aveva fornito altre informazioni nello stesso senso al suo superiore, il generale George Strong, capo della intelligence dell’esercito americano nella regione, che le aveva trasmesse a Washington. Non si può escludere che quelle segnalazioni fossero influenzate dagli ambienti militari polacchi, ma proprio un emissario speciale per le questioni balcaniche, il capitano George Howard Earle, espressamente incaricato da Roosevelt di indagare, gli aveva fornito informazioni sicure sulle responsabilità sovietiche del massacro basate sulle testimonianze dei suoi contatti in Romania e Bulgaria. Uno, l’autorevole professore Marko Markov di Sofia, era tra gli esperti della commissione d’inchiesta nominata dai tedeschi. Earle aveva ottenuto e trasmesso persino delle fotografie delle fosse e dei cadaveri esumati. Tutto quel materiale impressionò Roosevelt soltanto nel senso che egli si affrettò a porvi il sigillo della segretezza, non senza rimproverare Earle per essere caduto in una trappola tedesca: «Non hai capito che si tratta di propaganda e di un complotto dei tedeschi? Sono assolutamente convinto - aggiunse - che non sono stati i russi a commettere il crimine». A Earle ordinò quindi di non occuparsi più della questione, neanche a titolo privato, e di non fare parola con nessuno di ciò che aveva scoperto. Inoltre lo spedì nelle isole Samoa dove l’imprudente capitano sarebbe rimasto sino alla fine della guerra. [...] Terminato il conflitto europeo, i polacchi avrebbero potuto sperare che la questione dei loro ufficiali massacrati a Katyn fosse affrontata in maniera obiettiva, cosa che si rivelò subito impossibile. Il loro Paese era stato occupato dai sovietici, che a Jalta avevano ottenuto che tutti i partiti permessi e l’opinione pubblica, la stampa, la radio, avessero in Polonia un orientamento «antifascista» e amichevole nei confronti dell’Urss.