Ken Saro-Wiwa, lo scrittore militante ucciso per l’oro nero

Dieci anni fa, il 10 novembre 1995, nella città nigeriana di Port Harcourt, sul delta del grande fiume che dà nome al paese, veniva impiccato dopo un processo farsa, il noto scrittore e intellettuale Ken Saro-Wiwa, uno degli uomini di maggior spicco del continente africano.
Ken Saro-Wiwa era da tempo impegnato nella difesa del proprio popolo, gli Ogoni, che vive nel nord della Nigeria, un piccolo gruppo etnico un tempo dedito all’agricoltura, pesca e caccia, il cui territorio era stato devastato dallo sfruttamento petrolifero. Contro il regime dittatoriale che proteggeva indiscriminatamente le multinazionali del petrolio, lo scrittore aveva ingaggiato una ferma battaglia. Le sue parole davanti al giudice, che, senza consentirgli possibilità di difesa, lo farà impiccare, sono improntate alla compassione per la sua gente che muore di fame, e sono parole di un uomo di pace. Ma nonostante le pressioni internazionali lo scrittore fu eliminato, con altri otto ecologisti del suo movimento non violento, da uno dei regimi più efferati dei tanti che la Nigeria ha conosciuto, lo stesso che ritirò il passaporto internazionale al premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka, costringendolo a fuggire e a vivere per anni esule negli Usa. Anche Soyinka, come l’amico sfortunato, uomo libero, lontano da qualunque ideologia. Dieci anni prima, nel 1985, Ken Saro-Wiwa aveva pubblicato il libro che si rivelò subito il suo capolavoro, e una delle opere fondanti della cosiddetta letteratura africana postcoloniale, accanto alle opere di Achebe e Soyinka, per limitarci alla Nigeria. Sozaboy è un grande romanzo di formazione, un’epica rappresentazione di un mondo in preda a lacerazioni devastanti, all’odio, alla cieca realtà della guerra. Quando comparve il libro, l’autore era già notissimo per la sua attività di commediografo, sceneggiatore e regista televisivo per una rete che aveva egli stesso fondato. Non solo. Aveva al suo attivo bellissimi racconti, libri per l’infanzia, poesie, saggi.
Il romanzo però fu subito considerato il suo capolavoro, una pietra miliare della letteratura africana: venti anni dopo la sua pubblicazione, dieci dopo l’esecuzione dell’autore, ora vede la luce in Italia da Baldini Castoldi Dalai, nella traduzione di Roberto Piangatelli e a cura di Itala Vivan, mentre a Roma e Londra si svolgeranno importanti celebrazioni dello scrittore.
C’è voluto molto tempo per la pubblicazione italiana, per una ragione molto semplice: la straordinaria lingua inventata dall’autore, giudicata pressoché intraducibile, e ora lodata dagli esperti di letteratura africana anglofona, da Claudio Gorlier alla stessa Vivan, come impresa ardita e felicemente realizzata dal valente Piangatelli, che ha conoscenza linguistica e culturale, oltre che esistenziale, del mondo in cui nasce il romanzo.
Nella breve introduzione è l’autore stesso a tentare una definizione della propria lingua, una sorta di rotten english, «inglese fradicio», in cui, su una base di inglese standard, convergono svariati registri espressivi, dal pidgin a moduli della tradizione orale, creando, insomma, una nuova lingua africana, e una nuova lingua inglese. Caratteristica, scommessa forte e ardita degli scrittori africani, è l’adozione della lingua del colonizzatore, anziché il suo rifiuto, per trasformarla, rigenerarla: non uno scontro frontale, ma una profonda integrazione, secondo la più profonda mentalità africana.
Mutuato su questa lingua dirompente e lieve, un romanzo tragico, la storia di un giovane, Mene, che vive felice nel villaggio sognando di diventare autista di corriere. Uno dei capisaldi della letteratura africana, La strada, capolavoro teatrale di Wole Soyinka, racconta storie di camion e corriere. Saro-Wiwa rende omaggio al maestro, con un esordio in cui si definisce il sogno del viaggio, del mondo oltre la strada, l’avventura.
Ma l’avventura di Mene è destinata a spezzarsi prima ancora che il sogno prenda forma: lo scoppio della guerra (quella del Biafra che voleva la secessione per il possesso dei pozzi petroliferi) muta lo scenario, gli eventi costringono il giovane ad arruolarsi nell’esercito, a divenire un soldier boy, «soldato ragazzo» (da qui l’invenzione dell’autore, sozaboy, versione in inglese astutamente degradato del termine corretto), che presto scoprirà sulla propria pelle l’inanità della guerra: crimini, campi di prigionia, carneficine, perdita dell’umanità. Costretto a passare da un campo all’altro, mentre la guerra, al villaggio, gli uccide la madre e la fidanzata, quando farà ritorno non sarà riconosciuto e accettato. Ma respinto, confuso con uno spettro, ancora via, di corsa. Il giovane soldato non è iniziato in uomo dalla guerra, ma annichilito e deformato in fantasma. Il suo autore, fermo combattente disarmato, uomo di pace, morì ancora più uomo di quanto fosse stato in vita.