Il Kenya sospeso tra tagliagole e un futuro da regina d'Africa

Kenyatta non è diverso da altri satrapi, ma non ha pietà per i jihadisti. E ha progetti per fare del Paese una tigre dell'economia

di Luigi Guelpa

In un'Africa sub-sahariana dilaniata dalle persecuzioni contro il cristianesimo, il Kenya può e deve giocare un ruolo stabilizzante. Il recente appello di papa Francesco dopo gli eccidi in Nigeria e nella Repubblica Centrafricana, 92 morti in pochi giorni, viaggia proprio in quella direzione. Una responsabilità non da poco per il rieletto presidente Uhuru Kenyatta, determinato a governare non solo per i prossimi cinque anni, ma anche a oltranza dopo un piccolo ritocco alle carte costituzionali. Quella che ormai viene considerata una pratica diffusa, e neppure troppo scandalosa, trova nel caso del Kenya persino il sostegno degli osservatori internazionali (Onu in testa). Al Palazzo di Vetro si sono schierati da tempo dalla parte di Kenyatta, se non altro perché in una zona strategica come il Corno d'Africa è riuscito a rintuzzare l'avanzata dei tagliagole degli Al Shaabab, i signori della guerra alleati di Al Baghdadi. Per limitarne il raggio d'azione ha incaricato il risoluto capo di stato maggiore dell'esercito, Samson Mwathethe, a stanarli senza remore, invadendo persino la Somalia. La controffensiva si è purtroppo materializzata con due attentati che sono tuttora ferite aperte per il Kenya. Nel settembre 2013 la sparatoria al centro commerciale Westgate di Nairobi provocò la morte di 67 persone. Nell'aprile di due anni dopo il gruppo terroristico islamista massacrò 150 studenti cattolici del campus universitario di Garissa.

Nonostante tutto questo il Kenya però ottiene risultati, ostacolando le mire espansionistiche degli Al Shaabab con qualsiasi mezzo. Non è tenuto in scacco come la Nigeria e il Camerun, vittime dei Boko Haram, o la Repubblica Centrafricana, devastata nella sua essenza cattolica dall'integralismo delle milizie Seleka. Circostanza quest'ultima che ha scosso il Pontefice e tutto il Vaticano. Non dimentichiamo che il 29 novembre del 2015, il Papa aprì la Porta Santa della Cattedrale di Bangui, proclamando la città, capitale spirituale del mondo. «È una terra che soffre da diversi anni per l'odio, l'incomprensione, la mancanza di pace», disse. E a quasi due anni di distanza la condizione non è affatto migliorata. Ecco perché il Kenya (che Francesco visitò qualche giorno prima di Bangui) è chiamato a giocare un ruolo fondamentale in difesa della cristianità di tutta quell'area. Pochi giorni dopo la tornata elettorale a Nairobi manca una certa fluidità, tra incidenti e le voci di brogli. Il presidente della commissione elettorale, Wafula Chebukati, ha ammesso che c'è stato un tentativo di hackeraggio ma che non è andato a buon fine. Kenyatta ha avuto la meglio, con il 54,3% delle preferenze, sul rivale Raila Odinga, che si è fermato al 44,8%. Tra i due, che si erano sfidati già cinque anni fa, non corre buon sangue. Nel 2013 era finita con un ricorso di Odinga alla Corte Suprema per il sospetto che anche in quell'occasione ci fossero state delle irregolarità. Alla fine l'aveva spuntata Kenyatta, ma il rapporto tra i due si è sempre più deteriorato, trascinando nell'odio, non solo politico, gli elettori. Dieci anni fa, dopo la sfida elettorale tra il vincitore Mwai Kibaki e l'eterno secondo Odinga, si rese necessario addirittura l'intervento dei caschi blu dell'Onu per porre fine alla guerra tra fazioni che provocò 1.300 morti. Ad oggi le vittime post-elezione sono «soltanto» sei, compreso Chris Msando, il responsabile del sistema di identificazione degli elettori e della tecnologia di trasmissione dei voti, trovato privo di vita, e con evidenti segni di tortura, nella foresta a ridosso di Nairobi quattro giorni prima dello scrutinio. Una casualità? La magistratura ha aperto un'inchiesta all'africana, che non porterà a nulla, mentre Odinga, che non ha accettato la sconfitta, ha persino accusato il suo avversario di una certa collusione con personaggi vicini al jihadismo somalo. I circa 180mila soldati schierati nei punti sensibili del Paese sembrano al momento bastare a sedare gli animi. Sono spezzoni di un film già visto nella giovane storia dell'ex colonia britannica. I protagonisti di oggi sono i figli di quelli di ieri. Non cambiano gli scenari, così come restano immutati i cognomi dei vincitori e dei perdenti, i Kenyatta e gli Odinga. Tutto nasce, almeno all'apparenza, da una lotta tribale tra le etnie kikuyu e luo, per proseguire nel solco di una tenzone dinastica. I padri dei due antagonisti, Jomo Kenyatta e Jaramogi Odinga, erano alleati contro i britannici, poi si separarono diventando le due famiglie rivali del Paese e accumulando ricchezze miliardarie. Alla faccia degli Odinga che si sono sempre dichiarati marxisti...

La stabilità politica, invocata dall'Onu, è necessaria per portare a termine i grandi progetti che potrebbero fare del Kenya una delle nuove tigri dell'economia mondiale. Nei sei anni che vanno dal 2010 al 2016, il Pil è aumentato toccando l'8.4%. Kenyatta jr dovrà dare il nullaosta per la realizzazione di una ferrovia di 600 chilometri che collegherà Mombasa a Nairobi e finanziata dai cinesi della Exim. La circolazione su rotaia verrà quindi estesa a Uganda e Rwanda anche grazie agli introiti di una nuova raffineria di petrolio sulla costa di Lamu. Un altro snodo, stradale e ferroviario, sarà quello che permetterà di unire il Kenya all'Etiopia e al Sud Sudan. Infrastrutture necessarie per l'agricoltura e il turismo, la seconda industria del Paese. Il governo di Nairobi ha aumentato di 55 milioni di euro lo stanziamento per rilanciare il settore. Si è trattato di una misura necessaria per far fronte al crollo delle presenze turistiche (-7,3%) registrato dopo gli attentati jihadisti. Altre ne seguiranno: come il terminal che a Nairobi estenderà la propria capacità da 6 a 9 milioni di passeggeri, il miglioramento dell'hub di Mombasa, i contratti vantaggiosi con le compagnie aeree e l'abolizione delle tasse sui visti dei ragazzi sotto i 16 anni. Il Kenya ci crede e il suo presidente Kenyatta oggi più che mai è chiamato a cancellare dal futuro del Paese l'ingombrante etichetta di «terzo mondo».