Kerouac censurato? Sì ma dalla sinistra

Maledetto il revisionismo, in alcuni casi - rarissimi - è proprio il caso di dirlo. Quest’anno cade il cinquantenario di On the Road, Sulla strada, il capolavoro di Jack Kerouac, il padre di un’intera generazione, la beat generation. Avvenimento altamente snobbato dalla stampa italiana e no.
Ieri il Corriere della sera per recuperare il tempo perduto ha riproposto la figura di Kerouac insieme con il suo romanzo-manifesto come vittima del maccartismo. E uno pensa subito che il cantore dei viaggi in autostop e della libertà sessuale sia caduto vittima dell’anticomunismo viscerale dell’America dei primi Anni ’50. Invece, Jack Kerouac è stato cancellato e rimosso dall’intellighenzia di sinistra per non aver accettato di farsi strumentalizzare e per aver difeso, lui il poeta della ribellione contro il sistema, la guerra in Vietnam.
In un’intera paginata il Corriere accenna con una riga e mezza - da cui però viene ricavato il titolo - che una prima versione di On the road fu oscurata dalla «censura maccartista che aveva ritardato di ben sei anni la pubblicazione del libro». «Il delirio conservatore ultraconservatore dei tempi lo castigò» denuncia il professor Joshua Kupetz, docente dell’Università del Colorado. Non si spiega minimamente però come sarebbe intervenuta la speciale commissione guidata dal senatore McCarthy in questa opera di «censura».
Qualche riga più in là invece si scopre che Kerouac spontaneamente riscrisse il libro, omettendo le parti più crude. Soprattutto nella versione originale i co-protagonisti venivano citati con il loro cognome: l’altro poeta beat Allen Ginsberg, lo scrittore maledetto William Burroughs e l’ex delinquente comune Neal Cassady. Nel testo che tutti conosciamo sono mascherati con gli pseudonimi di Carlo Marx, Dean Moriarty e Old Bull Lee. Una banalissima scelta per evitare possibili denunce. Ora sotto la supervisione addirittura di una commissione internazionale sta per essere pubblicata la versione originale, completa di termini slang, parolacce e riferimenti anche alla «pedofilia» - annuncia con tono falsamente scandalizzato il Corriere - (in realtà si tratta di rapporti con ragazzi minorenni: al che il vate per eccellenza della sinistra italiana, Pasolini, dovrebbe essere bandito da tutte le librerie). Quello in uscita è un testo molto più forte, assicura il professor Kupetz: un ottimo lancio pubblicitario. Si vedrà.
On the road fu pubblicato appunto nel ’57, scritto in una settimana su un unico rotolo di carta per telex. Kerouac racconta dei viaggi vagabondi sulle interminabili strade americane e giù fino in Messico.
Fa rivivere il mito della frontiera poi immortalato in film come Easy Rider, in una sete sconfinata e inestinguibile di libertà e di conoscenza. È nato tutto da queste pagine, compresa l’esaltazione degli eccessi a base di alcol e droghe. Dieci anni dopo fanno la loro comparsa ufficiale i figli dei fiori, il movimento hippy che, al di là di tutto, ha segnato per sempre la storia del costume. E di cui ricorre quest’anno il 40° compleanno, celebrato in vari programmi tv e articoli. Ma su Kerouac neanche una parola, a parte un servizio mandato in onda prima dal Tg5 e poi dal Tg1.
Come mai? Kerouac non esitò a prendere le distanze dai giovani ribelli, dai suoi discepoli, quando le loro posizioni diventarono eccessivamente politicizzate. Ruppe pubblicamente con gli altri guru del movimento, come Allen Ginsberg e William Burroughs, che accusò di esser caduti «in una trappola comunista». Non nascose il suo patriottismo e si schierò a favore dell’intervento americano in Vietnam. Insomma Kerouac fece suo il motto: «Right or wrong, it’s my country», «Giusto o sbagliato, è il mio Paese». E sul cantore della ribellione è sceso l’oblio. L’ultima prova l’ha data ieri il Corriere.
pierangelo.maurizio@fastwebnet.it