Kiev, i giudici costituzionali chiedono la scorta

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Promosso dalla fondazione istituita da Jeff Skoll, l'oggi quarantaduenne inventore della «piazza mercato» globale Ebay, il Colloquio mondiale 2007 sull'imprenditorialità sociale (2007 Skoll Word Forum on Social Entrepreneurship), svoltosi di recente a Oxford, ha consentito di fare il bilancio su un fenomeno che per certi aspetti richiama alla memoria lo storico movimento filantropico britannico: si tratta delle cosiddette «aziende sociali», un nuovo tipo di iniziativa privata di pubblica utilità che si distingue dal classico non-profit. Le «aziende sociali» sono normali imprese che stanno normalmente sul mercato per fare profitto, salvo spendere per fini di pubblica utilità quanto guadagnano.
L'elemento tipico e interessante del modello sta nel fatto che queste imprese non domandano esenzioni o agevolazioni fiscali, ovvero delle particolari forme statutarie, da cui deriverebbero per conseguenza dei regimi di autorizzazione e quindi dei particolari controlli da parte del potere politico. Da un punto di vista formale e fiscale sono aziende come tutte le altre: il loro fine sociale deriva soltanto da un impegno preso pubblicamente dai proprietari. I promotori di queste iniziative sono in genere degli imprenditori di grande successo che, potendo ormai buttare i soldi dalla finestra, lodevolmente decidono di destinare invece a investimenti del genere una parte del loro patrimonio. Il capofila di questi nuovi filantropi è Bill Gates, ma dello stesso «club» fanno parte anche Sergey Brin e Larry Page, i due poco più che trentenni inventori e detentori del motore di ricerca Google. Brin e Page, ciascuno dei quali ha un patrimonio che si aggira sui 17 miliardi di dollari, hanno creato una fondazione che ha per scopo la lotta contro la povertà, la difesa dell'ambiente e la ricerca in campo energetico. Per essere libera di finanziare al riguardo sia società senza fini di lucro che società a fini di lucro, la fondazione ha però rinunciato alle esenzioni fiscali di cui di solito questi enti godono negli Stati Uniti.
Il fenomeno tuttavia non riguarda soltanto grandi nomi e grandi patrimoni, tanto e vero che in Gran Bretagna si contano già circa 55 mila «imprese sociali» anche di piccole e medie dimensioni. Trattandosi di un fenomeno in fase nascente si registrano come è inevitabile grossi problemi di classificazione e anche di verifica della congruità tra i fini affermati e gli obiettivi raggiunti. Prescindere dalla garanzia statale per un verso semplifica le cose ma per un altro le complica. Presumibilmente si dovrà andare verso un sistema basato su associazioni di garanzia di diritto privato. Sin qui il mondo delle attività produttive e rispettivamente quello del servizio sociale e della cooperazione allo sviluppo erano due ambiti ben poco comunicanti e con modelli organizzativi e livelli di efficienza spesso molto diversi. Stando così le cose, l'«impresa sociale» può tra l'altro favorire positivi scambi reciproci tra l'uno e l'altro.