KIM ROSSI STUART «Ispirato da Placido: così ho vinto la prova da regista»

Lucio Giordano

da Roma

Avrebbe potuto debuttare alla regia qualche anno fa: tecnicamente si sentiva pronto. Ma Kim Rossi Stuart ha preferito aspettare ancora un po’. «Per maturare meglio - spiega con un sorriso -. Anche se maturo non mi considero ancora. E poi non volevo rinunciare a un paio di film che mi hanno dato enormi soddisfazioni: Le chiavi di casa di Gianni Amelio e il Pinocchio di Benigni. Solo mesi fa, dunque, ho deciso che era arrivato il momento di debuttare dietro la macchina da presa, con Anche libero va bene, una storia adolescenziale sulle difficoltà di un ragazzino ad accettare la complicata situazione familiare e di conseguenza a crescere più in fretta degli altri».
Camicia a righe e pantaloni color sabbia, mocassini ai piedi. Il nuovo corso di Kim Rossi Stuart passa anche attraverso l'abbigliamento, più serioso rispetto al passato. E la loquacità che non ti aspetti ne è l'ulteriore conferma. Già perché un tempo Rossi Stuart, romano, 36 anni, considerato in una classifica redatta da alcuni periodici cinematografici l'attore più bello del mondo faceva difficoltà ad aprirsi con i giornalisti. Timido e ombroso, rilasciava rare ed ermetiche dichiarazioni. Interviste a monosillabi. Preferiva parlare con le sue interpretazioni, tutte di alto livello (da Senza pelle a I giardini dell'Eden), a parte gli esordi in Fantaghirò, una parte che peraltro gli consenti di diventare in breve l'idolo delle ragazzine.
Ora, senza pretendere miracoli, Rossi Stuart parla sereno e spedito, del suo primo film da regista, Anche libero va bene, appena finito di girare ed interpretato oltre che da lui anche da Barbora Bobulova e dal piccolo Alessandro Morace.
Come è nata l'idea del film?
«Per caso. Tempo fa ho rivisto Una moglie, il film di John Cassavetes con Gena Rowlands nei panni di una madre frustrata. Le immagini scorrevano e mi chiedevo quale potesse essere il punto di vista dei suoi figli. Cosi, visto che già da ragazzino mi piaceva moltissimo scrivere, ho iniziato a buttar giù un racconto. Poi, poco a poco ha preso corpo l'idea di narrare per immagini la storia di un adolescente di undici anni che assiste alla disgregazione familiare. Mamma e papà sono infatti assenti nei sentimenti, assenti come genitori. Lei, una donna in carriera egocentrica che chiede amore senza riuscire a darne, va e viene da casa. Lui invece è invadente e troppo presente. Alla fine il piccolo, il più grande dei due figli, evade dalla realtà quotidiana schiantandosi contro un'indipendenza fin troppo precoce».
A cosa si riferisce il titolo del film?
«A una frase del ragazzino che pur di giocare a pallone con gli amici si adatta a fare il libero vecchio stampo, alla Baresi per intenderci: ruolo tra i meno nobili del calcio».
Del piccolo Morace si dice un gran bene. Come l'ha scelto?
«Con... difficoltà. Trovare un ragazzino che corrispondesse alle caratteristiche volute non era semplice. Doveva essere un tipo chiuso, “implosivo” , uno che non esternasse con esuberanza la gioia tipica dell'età, ma fosse timido e turbato. Perché uno cosi ha il timore di diventare attore. Fortuna e caparbietà mi sono venuti incontro».
Ci sono riferimenti autobiografici, in questo racconto adolescenziale?
«No, anche se io pure ero un ragazzino molto chiuso che aveva assecondato la scelta dei genitori di vivere nella campagna romana. Poi a 14 anni ho deciso di andare a vivere per conto mio e studiare recitare, fare cinema. Forse, è lo sbocco naturale visto che sono figlio di un attore e di una ex modella».
A proposito di scelte. Perché la Bobulova?
«Volevo una ragazza dal volto sofferto. Di lei mi avevano parlato molto bene, ancor prima che uscisse il film della sua svolta, Cuore sacro di Ferzan Ozpetek. Quando l'ho incontrata mi ha fatto vedere in cassetta La spettatrice, uno degli ultimi film da lei interpretati, e a quel punto non ho avuto più dubbi: il ruolo sarebbe stato suo».
Quando uscirà Anche libero va bene?
«La prossima primavera. Me la prendo comoda. Il motto della mia vita del resto è fare le cose con calma, senza ansia. L'ho imparato negli anni, dopo un periodo vissuto ad attendere le telefonate dei produttori che non arrivavano. Così, adesso me ne vado al mare per qualche settimana, per sedimentare quello che ho girato e che ho ancora non ho visto. Quindi mi metterò al montaggio».
È intenzionato a passare definitivamente dietro la macchina da presa, dopo quest'esperienza?
«Mi piacerebbe alternare le cose. E infatti in autunno uscirà Romanzo criminale, un film diretto da Placido che racconta le vicende della famigerata Banda della Magliana, con Favino e Accorsi nel cast. Mi piace l'approccio di Michele alla regia. E ancor di più mi piace il suo approccio con gli attori: cosi gli ho rubato un po' di idee per il mio futuro dietro la macchina da presa».