L’America dei Kennedy che affascinò il Duce

Dagli appunti inediti del banchiere Mario Alberti, i contatti con Joe, lo spregiudicato affarista, padre del presidente John Fitzgerald

Nel 1923, il governo di Mussolini compì una vasta manovra per attirare il grande capitale anglosassone in Italia. Tra i tanti personaggi della finanza americana che il fascismo prese in considerazione come interlocutori per un piano di investimenti e di prestiti al nostro Paese spicca quello di Joe Kennedy, padre del presidente assassinato a Dallas il 22 novembre 1963. I particolari inediti di questa operazione giungono da un documento straordinario: l’agenda di lavoro del direttore centrale del Credito Italiano, Mario Alberti. Alberti, figura dimenticata proveniente dal nazionalismo triestino, fu banchiere e grand commis d’État: ministro plenipotenziario e negoziatore internazionale nelle conferenze di pace e in quelle sui debiti di guerra, fu anche fondatore e primo presidente della Banca Nazionale d’Albania. Mario Alberti agiva sotto l’egida dell’industriale Alberto Pirelli, patron del Credit ma soprattutto referente del capitale finanziario in seno al governo.
Ciò che emerge dagli appunti autografi del banchiere è un’ulteriore conferma delle poderose manovre compiute da Mussolini per «agganciare» pezzi della finanza internazionale inserendoli in un organico programma di ricostruzione e di modernizzazione interna. Una forte presenza di capitale statunitense si era registrata, fin dall'immediato dopoguerra, nei settori della lavorazione dell’alluminio, dello zinco e del rame, con una grande ricaduta sull’industria navale, aeronautica e ferroviaria. Furono formate società di capitali che vinsero molti degli appalti per l’ampliamento e l’ammodernamento della rete infrastrutturale del Paese. Collettore degli investimenti americani era la Banca di Sconto di Angelo Pogliani.
L’anno 1923 segna l’avvio di una strategia di aggressiva ricerca di grandi soggetti economici e finanziari capaci di investire nel mercato italiano, ma soprattutto appare evidente che l’obiettivo principale del governo fascista è quello di procurarsi partner ai quali assegnare concessioni pubbliche o diritti di sfruttamento delle fonti energetiche nazionali: il petrolio, ma anche, forse, le risorse idroelettriche. Nel 1924, l’affare Sinclair segna il primo grave incidente di percorso: Mussolini è costretto ad annullare la convenzione già ratificata con la società petrolifera americana, dopo che era apparso chiaro il legame di questa con il colosso Standard Oil saldamente custodito nei forzieri dei gruppi finanziari Rockefeller, Mellon, Morgan, Guggenheim.
Il Duce, nei primi anni del suo governo, non appoggia il programma di formazione di un ente petrolifero nazionale, volto alla ricerca e allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi esistenti sul suolo nazionale, con l’obiettivo di raggiungere una parziale o totale autonomia energetica. Il capo del governo cerca invece di conquistarsi la benevolenza degli ambienti finanziari anglosassoni, con il fine strumentale di raggiungere accordi politici globali con la Gran Bretagna. Attirare capitali inglesi e americani, attribuendo loro diritti e concessioni o attingendo a prestiti, significa per Mussolini acquisire meriti internazionali in vista di un’equa sistemazione dei debiti di guerra interalleati e al contempo schiudere la via alle grandi intese con la Corona britannica che osteggia la penetrazione italiana nel Mediterraneo orientale.
Fin dai primi mesi del suo governo, il Duce favorisce la distensione dei rapporti con l’Inghilterra. Mussolini assume l’interim degli Esteri e costituisce un’impressionante «macchina da guerra» nella quale rivestono un ruolo centrale due elementi, i diplomatici di carriera e gli esponenti di spicco del movimento nazionalista. Si lavora alacremente, come risulta dall’agenda di Mario Alberti, per rafforzare la posizione e il prestigio della nazione sulla scena mondiale, in modo da far conquistare all’Italia lo status di grande potenza. La regìa politica è senza dubbio di Mussolini, ma accanto a lui si muovono alcune fondamentali figure. In primis, il segretario generale agli Esteri, Salvatore Contarini, fautore di un’apertura alla Russia e al contempo di una collaborazione con gli inglesi. Ma Alberti, a Roma, oltre a Contarini, incontra cinque o sei volte Mussolini, il direttore centrale della Banca d’Italia, Bonaldo Stringher, e poi il potente gruppo dirigente nazionalista (Federzoni, Rocco, Forges Davanzati).
L’oggetto delle consultazioni romane emerge più volte, fin dalla vigilia della prima missione Oltremanica: «Crediti Londra», si legge nell’agenda. Il nome di Joe Kennedy, rampante e spregiudicato banchiere di Boston che sta traendo fantastici profitti dall’inside trading borsistico oltre che dal business del traffico di alcol tra le pieghe del proibizionismo, viene dunque appuntato dal direttore del Credito Italiano nello spazio della sua agenda al margine della giornata del 16 marzo 1923. Il cattolico Kennedy all’epoca del proibizionismo ha connessioni con la malavita italoamericana di Al Capone e soprattutto molto denaro da investire: un candidato ideale che viene preso in esame in una combinazione di soggetti del capitalismo americano interessati al progetto di penetrazione finanziaria in Italia. Mussolini non vuole che la Penisola possa divenire una colonia anglosassone, ma, quando, la domenica delle Palme del 1923, la missione segreta di Pirelli e Alberti parte per Londra, il dado sembra ormai tratto.
La partenza è stata preceduta da una settimana di fitti incontri riservati: Alberti ha avuto due colloqui con il Duce (il 17 e il 22 marzo) e ha visto quasi tutti i giorni Contarini. A Londra, la delegazione italiana viene presieduta dall’ambasciatore Pietro Tomasi Della Torretta, ex ministro degli Esteri. Siciliano, amico di Contarini, Della Torretta nel 1922 era stato protagonista di un braccio di ferro con la Gran Bretagna per l’annosa questione del possesso italiano del Dodecanneso. Il Duce, dunque, affidando la missione nelle mani dell’ambasciatore, riteneva di condurre la trattativa per il prestito anglosassone con il metodo del “bastone e della carota”. E così avvenne. A Londra, Pirelli, Alberti, Della Torretta, nei giorni della settimana santa, avviano i negoziati per un programma di crediti: a loro si aggiunge Bruno Dolcetta, della Banca Commerciale Italiana. La delegazione italiana s’incontra ripetutamente con uno dei direttori della Banca d’Inghilterra, Otto Niemeyer, responsabile del dipartimento con l’Estero.
La missione rientra a Roma il 10 aprile, dopo due settimane di intensi colloqui. Dal 7 al 12 maggio successivi, re Giorgio V e la regina Mary compiono una visita a Roma, nel corso della quale il sovrano dichiara che l'Italia ha superato la crisi del dopoguerra «sotto la saggia guida di un forte statista». Ma, nonostante le parole del monarca, le trattative per il prestito sembrano arenarsi. Il 19 giugno, Alberti annota che la «lotta inglese contro il franco trascina la lira». Il governo di Parigi, che ha occupato la Rühr per ritorsione contro la Germania inadempiente nel pagamento delle rate sul debito di guerra, ha sfidato la pazienza di Londra. Al Foreign Office è tornata in auge l’antica tendenza a parteggiare per la Germania, nelle contese continentali. Così la Banca d’Inghilterra attizza l’orgoglio nazionale nella sua espressione di conflitto monetario. Soltanto che l’attrito anglofrancese danneggia, oltre al franco, anche l’ancora debole lira, come osserva un preoccupatissimo Alberti.
Il 15 luglio, in un clima di crescente tensione, Alberti e Pirelli attraversano nuovamente la Manica. Due giorni dopo, Mussolini passa dalla carota al bastone. All’ambasciata inglese a Roma filtra la notizia secondo la quale il Duce è ormai pronto a dichiarare l’annessione del Dodecanneso. In coincidenza con quest’impennata mussoliniana, il 18 luglio a Londra vengono sospesi i colloqui anglo-italiani. Il 23 luglio Pirelli è a Roma per riferire al Duce, mentre Della Torretta, nonostante fosse stato latore di un messaggio distensivo e rassicurante, su istruzioni ricevute da Roma, viene convocato al Foreign Office. Il raffreddamento delle relazioni italo-inglesi pare dirottare l’attenzione su altri fronti. Già il 31 luglio, Alberti incontra a Roma, da Contarini, l’ambasciatore a Washington, Gelasio Caetani, e Guido Jung, consulente finanziario.
Forse, questo abboccamento prelude a un maggior interesse al mercato di capitali statunitense. Il 10 e 11 ottobre 1923, Alberti incontra a Roma Contarini, Federzoni, e il ministro dell’Economia Nazionale, Orso Mario Corbino. Tema dei colloqui è ancora quello dei «crediti inglesi». Ma gli agognati prestiti internazionali perverranno nel 1925 dall’altra sponda dell’Atlantico piuttosto. Kennedy, nel frattempo, si è defilato. Il seguito della storia è rapidamente spiegato: Mario Alberti, in un quadro politico interno e internazionale assai mutato, tra il 1925 e il 1926 contribuirà a concludere positivamente le trattative sia con gli Stati Uniti sia con la Gran Bretagna.