L’America in noir del Chandler nero

A cent’anni dalla nascita torna in libreria uno dei grandi maestri del
genere <em>hardboiled</em>.Diventato famoso in Francia, ispirò Hollywood con
racconti dominati da sesso e odio razziale. I suoi rissosi detective strappano le confessioni con maniere spicce

Se qualcuno avesse detto a Chester Himes che un giorno un uomo di colore si sarebbe seduto sulla poltrona più ambita della Casa Bianca, gli avrebbe probabilmente riso in faccia o, con maggiore probabilità, avrebbe bestemmiato e lo avrebbe coperto di ingiurie. Per natura cinico e rissoso, poco propenso ai compromessi e alle convenzioni del vivere sociale, Himes non nacque in quella Harlem che sarebbe diventata teatro di buona parte delle sue storie, bensì a Jefferson City, Missouri, nell’anonimo cuore del Midwest, in seno a una famiglia afroamericana della classe media che ben presto si sarebbe disgregata. Sua madre «sembrava bianca ed era convinta che sarebbe dovuta nascere bianca».

La vita di Himes è costellata di episodi clamorosi e dunque non sorprende che sia stato espulso dall’università e che, dopo un apprendistato nel mondo della malavita, alla giovane età di 19 anni sia finito in carcere con una condanna per furto. Fu lì che decise di mettersi a scrivere, convinto di non poter fare peggio di Dashiell Hammett, autore che amava. Rilasciato nel 1937, debuttò col suo primo romanzo, E se grida, lascialo andare, soltanto nel 1945, manifestando un interesse quasi morboso per tematiche che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita: la classe media afroamericana, il sesso interrazziale, gli abusi nel mondo del lavoro, la violenza e la negritudine. A Los Angeles, provò a cimentarsi con le sceneggiature cinematografiche ma fu vittima dei pregiudizi dei produttori hollywoodiani, non certo teneri con chi aveva la pelle nera, alimentando un risentimento bruciante per l’umanità che già covava. Come ebbe lui stesso a dire, «sotto i colpi della corrosione mentale dovuta al pregiudizio razziale, a Los Angeles mi inacidii e mi saturai d’odio». Nel 1953 si trasferì in Francia, stanco del razzismo e preoccupato per i suoi stessi attacchi incontrollati di violenza. Le parole da lui espresse in uno dei suoi due lavori autobiografici sono eloquenti: «Ero sempre stato convinto che, pur di difendere la mia vita o il mio onore, sarei stato pronto ad ammazzare un bianco. Però, quando scoprii che la cosa valeva anche per le donne, fu un vero shock». Il riferimento è a una donna bianca con cui aveva vissuto. E pensare che, nel suo primo romanzo, aveva scritto: «Diamine, siamo proprio una gran razza. Ingenui, generosi, patetici figli di troia. Proviamo pena per tutti tranne che per noi stessi. Peggio ci trattano i bianchi e più gli vogliamo bene». A Parigi andò a vivere in una zona frequentata da pittori, musicisti e scrittori e scrisse buona parte dei suoi romanzi, accolti con favore decisamente superiore alla madrepatria, dove spesso le opere di Himes venivano liquidate come commerciali e zeppe di sesso e violenza gratuiti. Fu proprio in Francia che Chester Himes ottenne un posto di prim’ordine nell’olimpo degli scrittori hardboiled, affiancandosi a quegli autori bianchi, come Raymond Chandler e Dashiell Hammett, che suo malgrado gli erano stati maestri. Eppure, Himes non smise di essere inquieto e tormentato, accostandosi ad almeno altri due autori americani contemporanei che i rigori della Grande Depressione non erano riusciti a temprare alle difficoltà della vita. Leggete l’interessante saggio Vite difficili. L’anima nera dell’America: Jim Thompson, David Goodis, Chester Himes di James Sallis, a sua volta autore di noir di grande intensità, e vi farete un’idea dei conflitti interiori e delle esistenze tribolate di questi tre scrittori, oltre che della loro importanza stilistica.

Nel 1969, Himes si trasferì in Spagna, dove morì di Parkinson nel 1984. Nel suo soggiorno spagnolo, continuò a scrivere e a vedere ampliare i propri riconoscimenti di critica e di pubblico, ma la sua serie di maggior successo l’aveva concepita e scritta in Francia. Infatti, è soprattutto ai detective Grave Digger Jones e Coffin Ed Johnson che è particolarmente legata la fortuna di Himes. Apparsi per la prima volta in Rabbia ad Harlem, avrebbero popolato otto romanzi dell’autore afroamericano, anticipando quelli che sarebbero diventati quasi degli stilemi per un genere nuovo, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, la Blaxploitation, soprattutto grazie a film come Shaft e Superfly. Ma, anche in questo, Himes è di un’unicità straordinaria, sempre in bilico fra l’esaltazione dell’orgoglio nero e un cinismo e un pessimismo cosmici che non consentono quasi mai all’ironia di scalzare un crudo realismo. Per le vie di una Harlem immaginaria e dantesca, i due rissosi poliziotti strappano confessioni con le maniere spicce e hanno il grilletto facile. Insomma, due figure che hanno fatto immediatamente gola al mondo del cinema, finendo sullo schermo nel 1970 sotto la direzione del grande Ossie Davis in Pupe calde e mafia nera (con tanto di sequel nel 1972) e, di nuovo, nel 1991, in Rabbia ad Harlem, con Gregory Hines, Danny Glover e Forest Whitaker.

Sotto la scorza ruvida del suo cinismo, Himes non riuscì mai del tutto a reprimere il risentimento per il suo paese. «Andavo giù di testa all’idea della storia sfrenata, incredibile che stavo scrivendo. Ma, pensavo, era tale solo per i francesi, pronti a credere a qualunque cosa sull’America, bianca o nera che fosse, purché sufficientemente negativa». La pelle nera a tratti diviene un’ossessione, proprio come l’alienazione dalla società. Come sempre, Himes non va per il sottile, non bada alle apparenze di una certa America perbenista, finendo per pagarne un caro prezzo. «La solitudine era la sua più grande paura, lo era sempre stata; più grande della sua paura di diventare un’alcolista, o una puttana, due paure minori che altro non erano se non sfoghi del morbo della solitudine».

Se Hammett e Chandler sono stati suoi precursori e Ishmael Reed e Walter Mosley sono i suoi eredi, è ancora presto per sapere fin dove si spingerà il lascito spirituale di Chester Himes, soprattutto in considerazione di uno scenario sociopolitico se non completamente ribaltato, con l’avvento di Barack Obama, comunque molto lontano da quello descritto nei suoi romanzi.