L’anca può essere rigenerata

L'artrosi dell'anca, o coxartrosi, è la più comune malattia che, dopo i 60 anni, può colpire l'anca dell'adulto. É una malattia cronico-degenerativa, rappresenta una usura dei capi articolari, lo strato di cartilagine che riveste la testa del femore e la cavità acetabolare si assottigliano progressivamente. Nelle forme secondarie, cioè conseguenti ad una patologia pre-esistente, l'età media di insorgenza si abbassa a 35-40anni e si osserva, almeno in Italia, una prevalenza femminile legata alla forte incidenza della displasia dell'anca.
Parliamo di questa patologia con il dottor Giuseppe De Rito. Nato a Vibo Valentia, si è laureato e specializzato (sempre con il massimo dei voti) all'università di Ferrara in ortopedia e traumatologia. Ha proseguito la sua formazione a Lione dal professor Walch, alla clinica Sainte Anne Lumiere, un centro tra i più affermati al mondo sul piano ortopedico. Dal 2007 ha contribuito a Rovigo alla nascita ed all'affermazione dell'ortopedia presso la casa di cura Santa Maria Maddalena, dove si occupa di chirurgia artroscopica (spalla, anca, ginocchio e caviglia) e protesica.
«Il paziente che soffre di coxartrosi - afferma il dottor De Rito - presenta un dolore tipico, localizzato in sede inguinale e talvolta glutea. É frequente l'irradiazione del dolore lungo la faccia anteriore della coscia fino al ginocchio. La diagnosi di coxartrosi è squisitamente radiologica, si effettua una radiografia (anteroposteriore di bacino e assiale d'anca). Esami più dettagliati (RMN, Scintigrafia) possono essere richiesti dallo specialista per eventuale diagnosi differenziale».
Di fronte ad una coxalgia il paziente si deve recare dall'ortopedico per una visita medica. Spesso forme iniziali di coxartrosi celano patologie secondarie come la necrosi della testa del femore. É inutile, data la profondità dell'articolazione ricorrere a cure fisiche come laser, ultrasuoni, elettroforesi, quasi sempreinefficaci.
«Con la tecnica dei fattori di crescita o PRP (Plasma ricco in piastrine) o con infiltrazioni con acido ialuronico ad alto peso molecolareo è possibile ottenere buoni risultati nella fase precoci della malattia», afferma il dottor De Rito, precisando i vari momenti di questa tecnica infiltrativa. Dopo un normale prelievo di sangue venoso del paziente si effettua la centrifugazione per ottenere le piastrine che vengono poi iniettate, sotto controllo ecografico, nell'articolazione dell'anca. I fattori di crescita che vengono così rilasciati sono in grado di stimolare la rigenerazione e la guarigione della parte lesionata».
Questa procedura non invasiva, è poco dolorosa. Normalmente si effettuano tre infiltrazioni con conseguente riduzione del dolore e delle disabilità. Sotto il profilo chirurgico si sta diffondendo e perfezionando sempre più la tecnica atroscopia che permette di affrontare problematiche di conflitto articolare nelle fasi iniziali o di instabilità articolare. La protesi d'anca rappresenta l'intervento di elezione nelle fasi avanzate della patologia. Sono le attuali tecniche chirurgiche mininvasive che per via anteriore e antero-laterale, permettono una mobilizzazione precoce del paziente: in terza giornata può lasciare il letto e dopo dieci giorni si è in grado di salire e scendere le scale. La qualità di vita di un paziente portatore di protesi d'anca - conclude il dottor De Rito - è, salvo complicazioni, simile a quelle di un coetaneo».
Le artrosi dell'anca portano gradualmente ad una gravissima limitazione funzionale della articolazione: la testa femorale si deforma, si ingrossa, si incarcera sempre più nel cotile perdendo ogni possibilità di funzione meccanica. Quando il cotile e la testa femorale hanno una diversa curvatura, si creano fatalmente punti di contatto non ben distribuiti su tutta la superficie articolare e, con il carico (peso del corpo), la cartilagine articolare in quel punto si logora e le ossa denudate si toccano con un attrito molto doloroso che induce alla riduzione del movimento.