L’anima cattolica del capitalismo

Da quando Max Weber (esattamente un secolo fa) propose le sue tesi rivoluzionarie in merito all’origine protestante del capitalismo, il dibattito sulle radici della società di mercato è sempre stato molto acceso: e ancora oggi non accenna a spegnersi. Il centenario de L’etica protestante e lo spirito del capitalismo ha offerto così a Paolo Zanotto, ricercatore della Fondazione De Ponti, l’occasione per pubblicare un volume intitolato Cattolicesimo, protestantesimo e capitalismo (edito da Rubbettino e Facco) in cui viene tracciato un bilancio delle ricerche sul tema e si evidenzia come esista una specifica dottrina cattolica dell’azione imprenditoriale: un’idea di società e di mercato che ha una lunga tradizione e che, nel corso del tempo, ha saputo produrre risultati strabilianti.
D’altra parte, molti studiosi hanno messo in evidenza come quell’area storica detta talora Lotaringia (posta al centro dell’Europa e caratterizzata da eccezionale dinamismo economico: includente la Francia orientale, la parte sud-occidentale della Germania, il Belgio e l’Olanda, l’Italia del Nord e la Svizzera) mostri una netta prevalenza cattolica. Il minimo che si possa dire, allora, è che il fatto di essere «papista» non ha impedito a chi vive a Colonia, Bruxelles, Milano o Lucerna di diventare ricco.
Non stupisce, allora, che gli argomenti di Weber abbiano conosciuto fin dall’inizio numerose contestazioni. Connettendo strettamente la natura del capitalismo all’avvento della Riforma, Weber era destinato ad irritare gli storici: che subito gli ricordarono come nei Comuni dell’Italia settentrionale i mercanti impegnati nel fare affari avessero inventato la partita doppia e la cambiale ben prima che nel 1517 Martin Lutero affiggesse le sue tesi al portone della chiesa di Wittemberg. E che nelle Fiandre o nelle comunità ebraiche vi erano relazioni capitalistiche anche quando l’unità del cristianesimo non era stata scossa dalla ribellione del monaco agostiniano.
Nella sua ricerca, Zanotto rievoca anche queste controversie, ma soprattutto egli si preoccupa di evidenziare come all’interno del protestantesimo la centralità della predestinazione divina (della Grazia) abbia finito per sminuire il ruolo delle opere umane, che invece restano cruciali nel cattolicesimo e aprono a teorie e a pratiche sociali volte a valorizzare la libera iniziativa dei singoli e la loro capacità d’investire il mondo.
Tesi di notevole interesse, ad inizio degli anni Settanta, erano state espresse anche dal sociologo alsaziano Jean Baechler, un allievo di Raymond Aron che in un volume su Le origini del capitalismo (edito in Italia da Feltrinelli) aveva individuato la scaturigine del trionfo epocale dell’Europa - nell’economia, nella scienza, nella tecnica - non già nella Riforma, ma proprio in quell’età medievale che era sostanzialmente priva di un potere forte e centralizzato. La tesi di Baechler è che tra l’XI ed il XVI secolo l’Europa è riuscita a recuperare terreno sulla Cina, e poi a sopravanzarla, perché in Asia si è affermato un dominio imperiale forte, mentre la debolezza delle istituzioni europee (Baechler parla espressamente di anarchia feudale) ha permesso l’emergere di mercanti, imprenditori e banchieri. E certamente non si può negare come l’avvento delle confessioni protestanti abbia invece favorito la «nazionalizzazione» delle società europee e, quindi, la costruzione di quegli Stati moderni che (prima con l’assolutismo, e poi in forme ancor più virulente) hanno limitato il dinamismo del mercato e posto «sotto controllo» una parte crescente della vita economica.
Come ha ripetutamente riconosciuto uno tra i maggiori economisti protestanti del Novecento, Wilhelm Röpke, la Riforma ha indebolito quell’autorità universale della Chiesa che fino ad allora aveva spesso impedito l’espansione del potere politico: le comunità dei credenti sono state assoggettate al sovrano (in Danimarca, in Svezia, e via dicendo) ed è così che sono venuti meno quegli spazi di libertà che fino ad allora erano stati garantiti dal contrasto tra sfera religiosa e sfera civile.
La nostra percezione del rapporto tra il capitalismo e le maggiori confessioni occidentali (cattolicesimo, protestantesimo, ebraismo) è certo condizionata dal successo epocale della Gran Bretagna, prima, e degli Stati Uniti, in seguito. E poiché si tratta di società prevalentemente protestanti, è facile essere indotti a credere che esista una qualche relazione privilegiata tra la Riforma e l’economia di mercato. Come si è detto, però, le cose sono davvero più complicate.
Tanto Lutero come Calvino, in effetti, non mostrarono mai alcun interesse per la società di mercato: il primo riattualizzò antichi pregiudizi contro il prestito ad interesse, mentre il secondo offrì una versione assai austera della religione, in polemica con l’aristotelismo eudemonista cattolico. Mentre nella cultura tardo-medievale si era fortemente valorizzato il rapporto dell’uomo con il «mondo» ed erano state elaborate interpretazioni filo-capitaliste della dottrina cristiana (basti pensare alle prediche di san Bernardino da Siena e di sant’Antonino da Firenze), con la Riforma questo processo conosce una battuta d’arresto.
Non sorprende, allora, che oggi vi sia un crescente fiorire di studi sul francescano Jean Pierre d’Olivi e, ancor più, sui protagonisti della Seconda scolastica spagnola, che a detta di tanti storici del pensiero economico hanno anticipato le più radicali teorie a difesa della proprietà e della libertà commerciale. Ma la cosa più curiosa è che in varie occasioni non sono affatto gli studiosi cattolici a proporre simili tesi «revisioniste».
Due testi - tra gli altri - possono bastare ad esemplificare questo cambiamento di giudizi nei riguardi del ruolo giocato dal cattolicesimo nella storia europea e, in particolare, nell’avvento del capitalismo. Il primo è Economic Thought Before Adam Smith, di Murray N. Rothbard (morto del 1995), un economista ebreo ed agnostico che esalta il ruolo degli autori tomisti nell’elaborazione di una teoria economica liberale e vede invece nel presbiteriano Adam Smith colui che per primo ha minato le colonne concettuali dell’economia di mercato.
Ma ugualmente sorprendente è la lettura di un recente testo di Rodney Stark, For the Glory of God (edito da Princeton University Press), nel quale il noto sociologo dedica molte pagine a difendere la tradizione cattolica e a smontare varie leggende nere. Esaminando l’appartenenza religiosa dei grandi scienziati, Stark afferma che tra Cinque e Seicento la teologia cristiana da cui è sorta la scienza moderna era ad un tempo cattolica e protestante. A suo parere, non vi sono evidenze empiriche che inducano a ritenere che l’area riformata abbia mostrato una maggiore propensione verso la ricerca razionale.
Stark è protestante e battista. Forse è il caso di dargli retta.