L’antifascismo-farsa di «Famiglia Cristiana»

Caro Granzotto, come cittadino e come cattolico sono indignato per quanto scritto da Famiglia Cristiana contro il governo Berlusconi accusato di fascismo. Dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio è uno dei fondamentali principi evangelici e mi stupisco che don Sciortino non ne abbia tenuto conto. In ogni caso da un sacerdote che si presenta sempre in giacca e cravatta e che probabilmente la tonaca non sa nemmeno da che parte si infila, non ci si poteva aspettare di meglio. Resta da chiarire se l’accusa di fascismo rivolto a Berlusconi non sia dovuta all’esaurimento dei classici argomenti dell’antiberlusconismo, come il conflitto di interessi o la collusione mafiosa.
Marcello Costa e-mail


Non crederà mica, caro Costa, che il cervello di don Sciortino sia in grado di elaborare – nel bene o nel male - idee originali. La sua è rifrittura, nell’olio stantio, rancido, di uno fra i più asfissianti tormentoni degli ultimi cinquant’anni: l’antifascismo. Il fatto che ormai non faccia presa nemmeno nell’animo del più scatenato dei leonkavallini (fra i quali risulta più «trendy» l’antiamericanismo) poco conta. C’è sempre qualcuno che, a corto di argomenti, raccatta, agitandolo, quel ferro vecchio. Stavolta il qualcuno è stato don Sciortino, ma è bene ricordare che qualche anno fa sul tappeto elastico dell’antifascismo in salsa antiberlusconiana zampettarono tromboni del calibro di Norberto Bobbio, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Paolo Flores d’Arcais (trombone magno), Antonio Tabucchi (trombone d’onore) e Andrea Camilleri. Costoro, si era alla vigilia della consultazione del 2001, lanciarono un appello agli elettori «sinceramente democratici» invitandoli a mettercela tutta per battere «la così detta Casa delle Libertà». Naturalmente i firmatari, da veri tromboni quali erano, vollero precisare già nella prima riga che «destra e sinistra non c’entrano» e che dunque il loro appello non aveva scopi politici, figuriamoci, ma era motivato dal loro alto senso dello Stato, dalla loro passione civile in quanto la vittoria di Berlusconi avrebbe «minato le basi stesse della democrazia». La parola fascismo non comparve nell’appello, questo è vero, ma nessuno sentì il bisogno di farvela comparire: quando le coscienze critiche della nazione proclamano che la democrazia è in pericolo basta fare due più due per concluderne che è il fascismo e non, mettiamo, il comunismo a bussare alle porte.
Don Sciortino, che ha il merito di far apparire Tabucchi un gigante della resistenza intellettuale al Cavaliere, è andato invece per le spicce parlando apertamente di fascismo incombente se non proprio già bello che assestato tra Palazzo Chigi e Villa Certosa. Se poi guarda agli indizi che inducono i donsciortini a gridare al fascismo, ti cascano le braccia: l’ipotesi di rilevare le impronte digitali di zingarelli e zingarelle (che farebbe il paio con le leggi razziali fasciste); l’aver disposto presidi militari nelle città (che farebbe il paio con lo stato d’assedio decretato nel Cile di quel fascistone di Pinochet); l’aver ripulito Napoli e dintorni dalle montagne d’immondizia (che a parte che non è vero, sostengono i donsciortini, farebbe il paio con lo sventramento urbanistico fascista per far luogo alla Via dell’Impero, oggi democraticamente Via dei Fori imperiali). L’ho detto e lo ripeto: all’Italia liberale e conservatrice i don Sciortino, i Flores d’Arcais, le Ritelevimontalcini e, perché no, i Tabucchi li ha mandati il cielo. Nessuno come loro lavora così bene per il re di Prussia, ovvero per il Cavaliere. E noi qui a godercela.