L’antimilitarista che dichiarò guerra al conformismo

Per sfuggire all’arruolamento nella guerra contro Napoleone, il venticinquenne abbandonò Berlino e si trasferì nell’idillica Turingia. Fu subito tacciato di scarso patriottismo da una canea di militari prussiani, borghesucci e professori. A tutti avrebbe potuto replicare che Friedrich Hegel o Wolfgang Goethe avevano fatto di peggio. Goethe si era incontrato con Bonaparte e si era inchinato a ogni parola che costui gli aveva rivolto. Hegel, sceso in strada a omaggiare il Corso trionfante, aveva ridicolmente esclamato: «È lo Spirito del Mondo che avanza a cavallo». Lui, al contrario, mai si era abbassato a riverire l’Imperatore, anzi ne aveva fatto polpette con la sua penna brillante e feroce. Tutti ottimi argomenti per zittire i critici. Ma neanche fece lo sforzo di usarli e seppellì i maligni sotto un silenzio sprezzante. In questo, c’era tutto lui.
Anni dopo, il Nostro tornò sulla faccenda. Durante quel soggiorno nella campagna turingiana aveva terminato la Quadruplice radice, anticipazione della sua opera somma che seguì a ruota. Forte di questa produzione, l’autore stimò di potere aspirare alla cattedra in Berlino dove nel frattempo era tornato. E fu proprio nel curriculum preparato per l’Università che spiegò il rifiuto antipatriottico di sette anni prima. Non per giustificarsi, ma per una leale esposizione delle tappe delle sua vita. «Detestando le cose militari - scrisse -, in quella valle isolata avevo la fortuna di non vedere un soldato, né intendere un tamburo. Ero persuaso di essere nato a servire l’umanità, non col braccio, ma con la testa e che la mia patria era ben più ampia della Germania». Parole schiette, che rivelavano un animo sostanzialmente antitedesco, e perfette per scandalizzare i docenti parrucconi, che tuttavia gli conferirono l’incarico.
Il Nostro era cosmopolita per educazione. Il padre, Heinrich Floris, commerciante ricco e colto, aveva lasciato la città libera di Danzica all’arrivo degli insopportabili prussiani, portando la famiglia a Amburgo. Heinrich Floris amava la raffinata Francia e simpatizzava politicamente per l’Inghilterra dell’habeas corpus. «Point de bonheur sans liberté», era il motto che campeggiava sullo stemma di famiglia, originaria dell’Olanda. «Olandesità» che fu sempre rivendicata anche dal figlio in funzione antitedesca.
Il padre allevò il rampollo in conformità. Lo spedì per due anni, ancora bambino, a Le Havre in Normandia, poi a Londra. «Mio figlio deve leggere nel libro del Mondo», ripeteva spesso. Il fanciullo parlò presto e meravigliosamente francese e inglese, poi imparò, sempre per volontà paterna, anche spagnolo e italiano. Questo papà eccezionale morì, però, suicida per ragioni oscure quando il ragazzo aveva 17 anni. La tragedia confermò nel giovane un’istintiva visione negativa dell’esistenza: un nulla, costellato di sofferenze. «Se un dio ha fatto questo mondo - scriverà -, io non vorrei essere quel dio, perché il dolore del mondo mi strazierebbe il cuore». Tuttavia, il genitore lasciò una tale fortuna che il figlio poté da allora campare di rendita. Glielo riconobbe con commossa gratitudine dedicandogli la sua massima opera: «Che io abbia potuto vivere per la verità senza dovere stentare, mendicare o abbassarmi, tutto questo, tutto questo che è così vasto, io lo debbo a te unicamente».
Pur non essendo nel fondo un allegrone, il Nostro fu spirito brillante e ironico. Non disdegnò piaceri e avventure. Ebbe un’autentica passione per i viaggi, anche per stare alla larga dalla Germania. Soggiornò due volte in Italia, per complessivi tre anni. Ebbe a Venezia un discreto innamoramento e fu la sola volta che pensò al matrimonio. Ma era un pensiero volatile.
Per l’Italia provò amore e odio. «Si vive con l’Italia come con un’amante - osservò -, oggi in pieno litigio, domani in adorazione; con la Germania come con una massaia, senza collera e senza amore». Gli italiani lo indispettivano per i loro contrasti. Impudenti e vili, pusillanimi e boriosi. «Gente malfamata che ha volti così belli e animi così cattivi». «Urlano in strada con voci orribili. Ma a teatro trillano a meraviglia». Non lasciamoci però impressionare dalla rudezza. Il Nostro, pronto di lingua e di giudizio, era inoffensivo e di buon cuore. Molta della sua fama, anche oggi, è dovuta ai celebri e fulminanti aforismi. «Le altre parti del mondo hanno le scimmie, l’Europa ha i francesi», perfidiò. Su Hegel, col quale ebbe un’aspra rivalità accademica: «Molti passi dei suoi scritti sono tali che l’autore butta lì le parole e il senso deve mettercelo il lettore».
Implacabile con gli uomini, fu invece tenero con gli animali che considerava della medesima natura e parimenti immortali. «Se non ci fossero i cani, io non amerei vivere», disse pensando ai compagni della sua solitudine. Ne ebbe due, entrambi di nome Atma, che negli antichi testi sanscriti indica l’Anima. Uno spagnolo bianco, morto nel 1849, e uno bruno, stessa razza, ancora vivo quando il Nostro passò nel suo aldilà, che era la metempsicosi. Entrato nella stanza la mattina, il medico trovò il settantaduenne già alzato, seduto sulla poltrona, quieto. Morto.
Chi era?