L’Apocalisse dell’1 gennaio 2001

Notte del 31 dicembre 2000: nell’ultima ora del secolo (e del millennio) stavo per addormentarmi col libro dell’Apocalisse aperto sul letto. Mi ero rilette attentamente, una dopo l’altra, le apparizioni uscite dai primi cinque sigilli. Arrivato al sesto, cioè al punto che più m’interessava, mi resi conto che per la crescente stanchezza la mia mente solo a tratti aderiva in tutto al testo sacro. Mi riscossi, cercai di concentrarmi, e proseguii: «Dopo ciò (Ap 7, 9) apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani». Faticavo a continuare; solo di lì a un certo numero di righe riuscii ancora a superare l’intontimento, e ad aderire bene al testo: «Uno dei vegliardi (Ap 7, 13) allora si rivolse a me e disse: “Quelli che sono vestiti di bianco chi sono e donde vengono?” Gli risposi: “Signore mio, tu lo sai”. E lui: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione, e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello”...». Giunto a questo punto m’addormentai.
E mi ritrovai di colpo, in sogno, nel mondo dell’Apocalisse. Si allargavano davanti a me le sterminate moltitudini biancovestite. Io vi spaziavo sopra con gli occhi e mi chiedevo se fra loro ci fossero o no anche le anime di quelli che nel corso del nostro secolo sono stati fatti morire per motivi ideologici dai comunisti e dai nazisti: i milioni e milioni di cui parlo nei miei libri. Non riuscivo a individuarli dentro un così inconcepibile numero e in tanta luminosità.
Finché all’improvviso percepii la loro presenza. Per vederli dovetti però voltarmi: essi non facevano parte delle sterminate moltitudini già disposte davanti all’altare, ma venivano verso di esse in schiere che sembravano ancora più sterminate. Da dove venivano? Ebbi una sorta d’illuminazione: venivano dal secolo che in quel momento era sul punto di concludersi.
Non procedevano in modo confuso, ma formando due distinte colonne, o meglio due ordinate maree di anime, provenienti una da destra e l’altra da sinistra. A differenza di quelle già riunite davanti all’altare, queste indossavano ancora le loro vesti terrene, molto mal ridotte. Nella corrente di destra ce n’erano innumerevoli con la stella di Davide al braccio, altre con le divise a strisce dei lager nazisti aderenti alle figure scheletriche. Nella corrente proveniente da sinistra pullulavano invece i contadini russi (conoscevo bene quegli aspetti!), e più numerosi ancora erano i contadini cinesi, e al loro fianco quelli cambogiani: tutti coi visi attoniti in quanto totalmente inconsapevoli delle folli astrazioni circa il materialismo dialettico e il materialismo storico, in base alle quali erano stati bestialmente sacrificati.
A un tratto scoprii che nello spazio tra le due enormi teste di corrente ne avanzava una terza molto minore, formata non da milioni ma da migliaia di anime: si trattava di quelle passate per entrambe le «grandi tribolazioni» del secolo Ventesimo: la nazista e la comunista. Io venivo a trovarmi proprio sul percorso di questa corrente, che aveva in avanguardia (non so come me ne resi conto) uno stuolo di cattolici uniati polacchi e ucraini, appartenenti cioè alla più tribolata fra tutte le Chiese nel corso del secolo.
Mentre in gran fretta mi scansavo per fare spazio, dalle sue file uscì un’anima severa, che camminava appoggiandosi a un alto pastorale vescovile. Del tutto inaspettatamente essa venne alla mia volta e si fermò a qualche passo da me. Mi esaminò con attenzione, quindi sorrise: «L’allora giovane sottotenente» esclamò «che sessant’anni fa, durante il suo viaggio al fronte russo, mi ha chiesto quali “per sua regola” dovesse ritenere peggiori: se i nazisti oppure i comunisti».
A tali parole lo riconobbi: era monsignor Kotsilovski, vescovo di Przemysl in Polonia, cui io, ventunenne, avevo fatto visita durante una lunga sosta della mia tradotta nella sua città.
Provai l’impulso di stringerlo fra le braccia: «Monsignore e maestro!» esclamai pieno d’emozione: «Quel giorno, sulla base della vostra esperienza, voi m’avete insegnato che dei due flagelli allora imperversanti, i nazisti e i comunisti, noi dovevamo ritenere “in complesso peggiori, se pure di poco” i nazisti».
Egli annuì, sempre seguitando a sorridere.
Io allora osai aggiungere: «Ma all’occupazione nazista voi siete sopravissuto, non invece a quella comunista, dopo che i russi hanno nuovamente invaso la vostra diocesi».
Nonostante la tragicità di ciò che dicevamo, il vescovo sembrava lieto di potere, dopo tanti anni, tornare a parlare con uno che faceva parte del suo passato, al punto che si mantenne fuori della sua corrente e prese un atteggiamento quasi d’indugio. «Oggi» mi spiegò «è evidente che comunismo e nazismo, anche se forsennatamente contrapposti, sono stati due concretamenti di una medesima scelta diabolica: quella dell’esclusione di Dio dalla società». Indicò con la mano l’oceanica distesa di vittime: «Ecco il frutto della “morte di Dio” proclamata da entrambi». Aggiunse: «Tuttavia anche oggi possiamo affermare che, fra i due, il comportamento dei nazisti, in quanto più rigoroso, è stato in genere più scopertamente luciferino».
Io allora proseguii: «Monsignore carissimo, potete immaginare la mia pena quando, anni dopo, ho saputo che i comunisti vi avevano deportato, e che voi siete morto di stenti in un carcere nei pressi di Kiev».
Gli passò sul volto un’ombra grave, che mi parve di compatimento per i suoi carnefici. Ma preferì andare oltre: «Nei tuoi libri tu parli del nostro incontro, e io ti ringrazio. Più ancora però ti sono grato per il tuo ricordo delle povere suore ortodosse “dimenticate dall’intera cristianità” mentre erano imprigionate nel gulag».
«Siete a conoscenza anche di questo...» mormorai.
«Sono stato io pure oggetto della carità delle suore ortodosse russe» disse il vescovo uniate: «Due di loro infatti, del piccolo convento di Pokrovsk, situato non lontano dal mio carcere, hanno comprato dai guardiani comunisti la mia spoglia mortale per sottrarla alla fossa comune. L’hanno poi sepolta nel terreno pulito della campagna».
Ristette alquanto e, sollevata la destra, aggiunse con intonazione diversa nella voce: «Ci fu anche un particolare che a te dovrebbe interessare: in capo alla mia sepoltura le suore hanno piantata una piccola quercia».
«Una quercia?» feci io. Pur nella tensione del momento mi tornarono in mente gli antichi versi di Omero: «Un tumulo gli alzò cui di frondosi/ olmi le figlie dell’Egioco Giove/ le Oreadi pietose incoronaro».
Il vescovo parve leggere quel mio pensiero perché, quasi direttamente collegandosi ad esso, mi chiese: «Tu hai anche scritto di ritenere il popolo russo erede della grande classicità greca, non è vero?».
«È vero» risposi. «Me ne sono convinto leggendo Tolstoj, incontrando i suoi personaggi. Neppure l’imbestiamento massale prodotto dal comunismo in Russia, può cancellare i personaggi di Tolstoj. Io continuo a ritenere che la classicità costituisca la dote più elevata dell’animo russo».
«Ecco. Questo non è campo mio» disse il vescovo «ma forse il piccolo episodio dell’alberello piantato dalle suore russe, potrebbe costituire per te una conferma. Perciò te ne parlo».
\ In sostanza il vescovo uniate m’indicava come nella vicenda così ottusamente brutale del suo assassinio, erano state presenti anche quelle poche emarginatissime donne a impersonare l’aspetto più alto dell’animo russo.
«Monsignor Kotsilovski» esclamai «ancora una volta, e con quanta nobiltà, voi mi siete maestro!».
«La “grande tribolazione” comunista intanto non cessava» egli concluse «per cui i miei fedeli furono costretti a disseppellire quei poveri resti. Tre volte in seguito dovettero cambiar loro di posto per sottrarli alla profanazione».
Mentre diceva questo le avanguardie delle incommensurabili schiere in movimento stavano entrando in contatto con le sterminate schiere biancovestite ferme davanti all’altare. Mi resi conto che, quando facevano alt accanto agli altri, i nuovi venuti perdevano i loro cenci e ricevevano la palma della sofferenza e la veste bianca, che li rendeva a loro volta luminosi.
Andai di nuovo con lo sguardo sulle miriadi e miriadi di anime in arrivo, che sempre più ora rallentavano il passo: mi sembrava di essere, accanto a monsignor Kotsilovski, dentro uno sterminato mare palpitante, del quale non potevo in alcun modo scorgere i confini. Quante saranno, mi chiesi, quante decine di milioni? Secondo le statistiche correnti in Occidente, il nazismo ha fatto morire venticinque milioni d’esseri umani, il comunismo cento milioni, e questa seconda cifra, stando ai miei modesti computi, dovrebbe in realtà essere più che raddoppiata... Mai, assolutamente mai, nell’intero corso della storia, c’era stata un’ecatombe anche da lontano paragonabile a questa!
Guardai negli occhi il vescovo martire: «Però» dissi «quanti siete! Che numero addirittura inconcepibile d’esseri umani è stato fatto morire per idiote ragioni ideologiche!».
«È terribilmente vero. Ma ricorda: una somma così iperbolica di sofferenze umane non va affatto perduta» mi spiegò: «Tu lo sai, essa è andata ad aggiungersi alla sofferenza, anch’essa terribile, sofferta dall’Uomo-Dio sulla croce, a riscatto degli infiniti peccati degli uomini. Ecco perché ora anche noi stiamo prendendo posto davanti e intorno a Lui, l’Agnello sacrificato». \
Di colpo mi resi conto che stavo per perderlo, e provai un insostenibile senso di sgomento. «Monsignor Kotsilovski, maestro» gridai come impazzito: «Aspetta! Aspetta ancora un momento a entrare in paradiso!». Ma egli era ormai rapito dalla luce divina che lo andava trasfigurando. Alzò la destra a benedirmi, nello stesso identico gesto di tanti anni fa. Io allora, spalancate le braccia, balzai con insensato impeto verso di lui per afferrarlo. Così irruente però fu quell’impeto che, ahimé, mi destai.