L’«Armata» che dopo la guerra difese l’Italia dal pericolo rosso

Fine della guerra vera, inizio della guerra fredda. Dubbi e sospetti sempre più forti a incrinare i rapporti tra quelle forze antifasciste che si erano coagulate contro la Repubblica di Salò e che invece ora si scoprivano separate da distanze ideologiche siderali: qualcuno voleva un nuovo totalitarismo, qualcuno no. Qualcuno si fidava della nascente democrazia, qualcuno preferiva tenersi stretto le armi o procurarsene.
È questo universo ben poco esplorato dalla storiografia che viene ricostruito nell’articolo-saggio L’armata italiana di Liberazione di Giuseppe Pardini pubblicato sul nuovo numero della rivista Nuova Storia Contemporanea diretta da Francesco Perfetti. Pardini, sulla base di fonti inedite, ricostruisce il nascere di una nuova tensione interna e internazionale che portò l’Italia, a partire dall’estate del 1946, molto vicina al possibile divampare di uno scontro armato tra comunisti e anticomunisti. Il punto di partenza del suo attento lavoro di ricostruzione storica è la costatazione che all’epoca la presenza delle forze anglo-americane sul nostro territorio veniva percepito come una garanzia piuttosto limitata dello status quo democratico. Lo dimostrano alcuni promemoria riservati dell’intelligence militare. Dopo contatti informali gli americani avevano fatto sapere: «Noi non possiamo assumere alcuna iniziativa... Siete voi che dovete preordinare un piano chiaro di difesa contro le aggregazioni armate che intendono aggredire la vostra libertà democratica...». Quanto alla resistenza che gli americani avrebbero potuto opporre a un’insurrezione immediata di elementi comunisti, l’alleato aveva molto da offrire sul lungo termine ma ben poco sul breve: «Immediatamente possiamo fare ben poca resistenza».
Ecco come mai, essendo l’esercito regolare ridotto ai minimi termini, vi fu un rapidissimo proliferare di associazioni (clandestine e non) che avevano come scopo la difesa delle libertà appena riconquistate. Associazioni in cui confluirono rapidamente molti elementi legati ai ranghi militari, tra le quali spiccava il gruppo legato a tre nomi di primo piano del fu esercito regio: Giovanni Messe (ex capo di Stato Maggiore del Regno del Sud), Alfredo Guzzoni (sottocapo di Stato Maggiore) e Antonio Sorice (ex ministro della guerra del Governo Badoglio). Come racconta Pardini, la vita del movimento, che assunse rapidamente carattere filomonarchico, fu breve anche se nei momenti di massimo successo riuscì a mobilitare quasi 120mila uomini ottenendo l’appoggio indiretto di Alcide De Gasperi e di altri esponenti del governo. Col miglioramento del clima politico e lo stabilizzarsi dei blocchi, non si videro cosacchi assediare piazza San Pietro, e i movimenti di destra presero tutt’altra strada, e molti reduci scelsero altre vie per la loro partecipazione politica. Le armi dei partigiani rossi rimasero invece accuratamente nascoste.