L’arte contemporanea? Non ci resta che ridere

Alla Biennale dell’Umorismo a Tolentino le opere degli italiani che scelgono di esprimersi attraverso il comico e il grottesco

È molto più difficile far ridere che far piangere. Lo dimostra lo scarso numero di film comici considerati capolavori, premiati ai Festival o insigniti dell’Oscar. Il riso, inevitabilmente, passa per essere meno serio di una lacrima, un pensiero cupo che attraversa la mente di una persona risulta ben più legittimato di qualcosa che svaga e diverte. Ecco perché diverse forme artistiche, più che serie, possono definirsi seriose.

L’arte visiva, in particolare, non concede troppo spazio all’ilarità, anzi il ghigno rischia di incutere il senso di colpa nello spettatore che non capisce con quanto sforzo l’autore sia giunto a tale conclusione, quale investimento esistenziale ci abbia messo, quante sofferenze e patimenti... Eppure cadiamo in errore se prendiamo troppo sul serio gli elaborati estetici, ad esempio, delle avanguardie storiche. Futuristi e Dada diedero molto l’impressione di divertirsi nei loro spettacoli teatrali, nelle performance live, nei gesti provocatori e assurdi. Ai Surrealisti, in particolare, piacevano le teorie sul riso di Pirandello e di Bergson, e il primo firmatario del Manifesto, André Breton, ebbe a compilare l’Antologia dello humour nero, florilegio di situazioni paradossali e granguignolesche che trascinava le pratiche basse nell’arte accademica.

La colpa del radicale cambiamento di mentalità, ragion per cui l’arte è diventata una cosa seria e l’artista un interprete di triti drammoni esistenziali, è da dividersi equamente tra l’Informale Astratto e il Concettuale. Basti rivedere le fotografie di Jackson Pollock al lavoro, impegnato a colare chili di vernice su grandi tele stese per terra, con enfasi romantica e trasporto spirituale, per capire che non si trattava più di uno scherzo, che la leggerezza di un tempo era stata sostituita dal peso dei drammi della storia. E che dire dei concettuali militanti, sempre pronti a sfidarti sul piano dell’intelligenza, divulgatori oscuri di meccanismi altrettanto criptici, che se non capisci vuol dire che sei davvero rozzo. Un’arte che non lascia alcuno spazio all’idea di bellezza, figuriamoci se mai è possibile riderci su...

Di questa roba, pachidermica e monumentale, è il ’68 a far raccolta quando si butta tutto in politica e l’artista recita il ruolo di servo di scena.

Soprattutto in Italia chi non ha abbracciato questa ideologia è rimasto fuori. Si pensi ad Alighiero Boetti, oggi celebrato come un guru, allora di fatto estromesso dal gruppo dell’Arte Povera per eccesso di leggerezza, ironia e disimpegno. E soprattutto Aldo Mondino, che pure aveva esposto nelle prime mostre ufficiali dei poveristi. Maestro nell’ironia, nel calembour, nel gioco di parole, Mondino faceva entrare in rotta di collisione significati e materiali: per lui la Mamma di Boccioni era una signora in bronzo con due grandi sfere al posto delle tette; Jugendstilo un lampadario in falso Liberty realizzato con centinaia di penne a sfera. In una teoria dell’arte ridanciana e lussuriosa entrava il cibo: quadri dipinti con lo zucchero, raffiguranti donne molto discinte da leccare e assaggiare, la Scultura un corno in cioccolato, l’installazione di aringhe affumicate.

Ben più raro dell’artista-tristo e tormentato, genio e sregolatezza, incompreso dal mondo e alle prese con problemi economici di ogni genere, è l’artista come trickster. Il termine deriva dall’inglese «ingannatore, bugiardo» ma si estende a qualsiasi comportamento amorale, oltre le regole. Nel folklore e nella tradizione popolare tale soggetto ha caratteri simili a quelli della maschera, bugiardo, opportunista, imbroglione, fa frequente uso di doppi sensi a sfondo sessuale, talvolta muovendosi sul crinale della follia.

Quando, nel 1979, Achille Bonito Oliva teorizzò la Transavanguardia scrisse che se i francesi hanno Marat noi abbiamo Totò. Ovvero, quanto altrove sono predisposti al tragico, tanto noi manteniamo più volentieri quel registro grottesco che ha radici lontane, nel teatro latino di Plauto e Terenzio, nella commedia dell’arte fino a Goldoni, nei film di Monicelli, Risi, Comencini fino (perché no?) ai cinepanettoni di Boldi&De Sica. I migliori dipinti di Sandro Chia sono pieni di storie e soggetti paradossali, popolareschi e persino volgari: uomini afflitti da priapismo cromatico, animali guardoni e maniaci, insomma ce n’è davvero per tutti i gusti; ciò vale anche per Francesco Clemente e le sue visioni che dal punto di vista del sesso ben poco lasciano all’immaginazione.

Ma quand’è che l’arte fa ridere? Soprattutto quando va a toccare territori e argomenti «piccanti» quali, appunto, il sesso, la politica e la religione. Ma che differenza passa allora con la satira? Che questa si muove nella contingenza della cronaca, mentre l’arte aspirerebbe a misurarsi con la storia \. Eppure non si tratta di un carattere precipuo dell’arte del terzo millennio, ma di qualcosa che affonda le radici nel nostro essere italiani: a noi la polemica, soprattutto se di bassa lega, «dà gusto», me lo ha confessato anche Francesco Bonami, curatore di fama internazionale, che senza le beghe da cortile dell’italietta proprio non ci sa stare \.

È proprio questo il dilemma: l’artista è uguale al buffone shaekespiriano che facendoci ridere può dire al mondo qualsiasi verità oppure esiste un limite oltre il quale non si oltrepassa la decenza pubblica? Mascherato da idiota, è legittimo il suo grido «il re è nudo!», oppure all’arte è richiesto di esprimere concetti sublimi che non si contaminino con il fango quotidiano? E infine, pur non avendo la capacità di rivoluzionare l’etica - insomma non è in grado di riscrivere l’Anticristo di Nietzsche - gli si può permettere impunemente di tirar giù moccoli e bestemmie da bar?

Non ne ho la più pallida idea, però mi viene il dubbio che un individuo abbietto possa essere condannato dalla morale e assolto dall’arte. Assolto con formula piena, soprattutto se ci fa ridere.