L’arte cristiana che usciva dalle catacombe

La mostra di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza esplora i modi espressivi della tarda latinità, che sposavano i simboli della nuova religione alla tradizione classica

C’è un’arte, di cui si parla poco, ma piena di fascino. È l’arte paleocristiana della tarda romanità. Rimasta nascosta durante i primi secoli del cristianesimo, al tempo di eccidi e persecuzioni, esce dalle catacombe, dai rifugi segreti e dalle case nel IV secolo, con l'Editto di Costantino del 313, che concede ai cristiani libertà di culto. E, pur nascendo dal mondo antico e dalle sue radicate iconografie, ne rivoluziona contenuti e messaggi.
Esempi: il pastore pagano, con l’agnello sulle spalle, diventa il Buon Pastore, il giardino antico si trasforma in quello dell’Eden, il Sole allude a Cristo, come il pesce, il porto o l’ancora, e l’eroico Ulisse, che non cede alle sirene, è il cristiano che non indulge alle tentazioni. E ancora le Nike alate, dee della Vittoria, si mutano in angeli, e l’orante pagano in cristiano. Un’osmosi rivoluzionaria, raccontata da una bella e ricca mostra aperta a Vicenza (Gallerie di Palazzo Leoni Montanari), che accompagna il visitatore dalla tarda romanità all’alto medioevo, attraverso ottanta eccezionali oggetti: sculture in marmo e in bronzo, affreschi, mosaici, vetri, avori, argenti, tessuti, rari e di altissima qualità, prestati da una ventina di prestigiosi musei italiani. Sette sezioni illustrano i diversi aspetti e momenti di questa nuova arte, che si innesta sul mondo antico, e si sviluppa con forme e linguaggi sempre diversi sino all’VIII-IX secolo.
E proprio dalla religiosità pagana, con i suoi miti e paradisi al tramonto, comincia il percorso, che presenta una serie di capolavori della Roma del II e III secolo: sarcofagi, statue, dipinti provenienti da varie necropoli, tarsie di marmo, piccoli altari, che celebrano Prometeo, Ercole, il Sole, Dioniso, Orfeo. Le loro immagini vengono adottate dai cristiani, che ne accettano o mutano il significato secondo le proprie credenze. Il frammento di sarcofago con il mito di Prometeo, riemerso recentemente da una catacomba romana, presenta un rilievo con la creazione dell’uomo da parte di Prometeo, un grande vecchio barbuto che forgia in creta un piccolo uomo alla presenza di due personaggi femminili. Non è difficile immaginare come da scene simili siano nate le cristiane Creazioni di Adamo ed Eva. Altrettanto suggestiva l’alzata di coperchio con ritratto e scene dionisiache, trovata nella catacombe di Pretestato, in cui un severo volto di defunta si affianca ad una scena di pigiatura dell’uva da parte di due uomini nudi in una vasca, che pestano chicchi grossi come limoni, versati da altre figure maschili, mentre a destra spicca il profilo di una maschera bacchica. L’uva e il vino, si sa, entreranno con altre accezioni nella simbologia cristiana. La Testa di Helios, realizzata con intarsi di marmi policromi e databile nei primi trent’anni del III secolo, raffigura il volto inquietante della divinità solare, le iridi rotonde rivolte in alto, i capelli a ciocche lunghe e ricciolute. Ritrovata nel santuario di Santa Prisca sull’Aventino, la figura è un precedente iconografico di Cristo Salvatore.
Dalla paganità ai primi simboli cristiani, reimpiegati o creati ex novo. Il bellissimo pavone in bronzo dorato, del II secolo, che, con un altro, decorava il mausoleo dell’imperatore Adriano (oggi Castel Sant’Angelo), alludendo all’immortalità, viene riutilizzato con lo stesso significato nella vicina basilica di San Pietro. Più spesso però le antiche iconografie assumono nuovi valori, come nel caso di un anonimo sarcofago del IV secolo, proveniente dalla necropoli romana di San Sebastiano, con il defunto nell’atto di pregare. Ancora abbigliato con tunica e pallio, il personaggio, a braccia aperte, è certamente un cristiano, come dicono le palme delle mani allargate e il monogramma cristologico. La composizione sintetica esprime la speranza dell’uomo di raggiungere uno stato di beatitudine ultraterrena. E ancora: la lastra mortuaria della tredicenne Bessula la raffigura con capelli corti e lunga tunica, tra due ceri, svelando l’incertezza dello scalpellino che si dibatte tra antiche e nuove immagini, e pone in alto un santo protettore, con la faccia di un imperatore. Storie su storie, lontane e vere, che affiorano da straordinarie opere d’arte.
Altrettanto importanti le prime testimonianze legate a soggetti tratti dall’Antico e Nuovo Testamento: rilievi marmorei con il Sacrificio di Isacco, Noè nell’Arca, il profeta Daniele tra i leoni, mosaici, tessuti, vetri, reliquari con scene della Vita di Cristo. Tra gli oggetti più preziosi (ma lo sono tutti) un frammento di seta con una raffinata Annunciazione, forse del 700-800, la cui provenienza (siriaca, costantinopolitana, copta) è incerta. In un’altra sezione spiccano i nuovi eroi della fede cristiana, Pietro, Paolo e altri santi rappresentati nei più diversi materiali. Verso l’VIII secolo le figure tendono ad una nuova ieraticità, che precorre l’età bizantina. Arrivano così le icone, severe e stilizzate, come quelle visibili nella collezione di Palazzo Leoni Montanari, che segnano il punto di arrivo di un lungo itinerario.
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LA MOSTRA
«La rivoluzione dell’immagine. Arte paleocristiana tra Roma e Bisanzio», Vicenza, Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, sino al 18 novembre (catalogo Silvana Editoriale). Info: 800578875 - www.palazzomontanari.com