«L’arte? Deve essere alla portata di tutti»

Intervista a Jean-Jacques Aillagon, ex ministro della Cultura francese e oggi nuovo direttore di Palazzo Grassi a Venezia che riapre il 30 aprile dopo il restyling dell’architetto giapponese Tadao Ando

Venezia
I modi affabili, il passo atletico e la camicia blu non lasciano trasparire nulla del prestigioso curriculum di Jean Jacques Aillagon, il nuovo direttore di Palazzo Grassi a Venezia, istituzione rinata con François Pinault. Già ministro della Cultura e della comunicazione francese, presidente e direttore generale di TV5 Monde, in passato presidente del Centro nazionale d’arte e cultura Georges-Pompidou, il quasi sessantenne Aillagon conosce profondamente il mondo della gestione della cultura, aspetto questo che lo rende interlocutore privilegiato e disponibile nel suo ufficio veneziano, dove due grandi putrelle entrano dalle finestre. «Sono i supporti per l’opera di Olafur Eliasson sulla facciata del palazzo. Sarà un lavoro di luce straordinario», spiega. I lavori fervono, la riapertura del museo è imminente e l’intervento dell’architetto giapponese Tadao Ando è completato. «La museografia cambia nel tempo, il Pompidou sta per compiere trent’anni ed è già stato rifatto tre volte. Ogni dieci anni cambiano le prospettive, quindi era venuto anche il tempo di Palazzo Grassi», dice sorridendo. «È un piacere lavorare con Pinault, del resto l’importanza dei collezionisti nella creazione dei grandi musei è stata fondamentale». Il suo ruolo nell’acquisto di Palazzo Grassi da parte di Pinault è più ampio di quanto non racconti, in fondo l’idea di scegliere Venezia è stata sua.
All’inizio di questa nuova avventura professionale, quale esperienza eredita dall’aver sempre gestito «culturalmente» grandi aggregazioni di persone?
«In tutte le mie attività professionali ho sempre avuto due preoccupazioni: affermare che i mestieri della cultura sono delle vere professioni che necessitano una grande competenza; e che la missione di chi ha la responsabilità di un’azione culturale è quella di interessare il più grande numero di persone a quello che facciamo. La democratizzazione in questo senso deve essere la priorità di un responsabile culturale. Si deve essere molto esigenti sul piano artistico, ma allo stesso tempo bisogna imporsi la maggior diffusione possibile. Nelle nostre democrazie la cultura deve essere desiderata da tutti e accessibile a tutti».
Questo modo di vedere, paga?
«Certo, anche se le cose non accadono spontaneamente. Quando durante la mia presidenza al Pompidou vedevo la gente fare la coda prima delle 10 del mattino in attesa che aprissimo, mi dicevo che ce l’avevamo fatta, avevamo saputo instillare in un pubblico vasto il desiderio di andare in biblioteca, o di visitare una mostra, e spesso erano esposizioni piuttosto difficili. Mi auguro di vedere presto code a Palazzo Grassi, sarà il miglior segno della nostra riuscita. Per un luogo espositivo il giorno più importante non è quello dell’inaugurazione, ma il successivo, quando vedi la gente che ha fatto lo sforzo di venire, di acquistare un biglietto, è lì che vedi il successo di un’azione culturale».
Il Pompidou è stato il suo grande amore?
«Sono stato presidente del Centre Pompidou per sette anni, certo è stato un momento importante per la mia vita professionale e molto delicato per il Pompidou; abbiamo dovuto chiudere per riallestire completamente gli spazi, e quindi ho avuto il piacere di riaprirlo il 1° gennaio del 2000, tenevo molto a quella data simbolica. Nel frattempo avevo pianificato il “Centre Pompidou fuori le mura”, una cinquantina di mostre in Francia e all’estero. È una macchina molto complessa, che si rivolge a un pubblico di svariati milioni di visitatori ogni anno».
In Italia ci sono state polemiche dopo che una ricerca ha indicato una perdita di un milione di visitatori nel 2004 per le cosiddette «grandi mostre». Quale è la causa secondo lei?
«Esistono fenomeni congiunturali, bisogna guardare i numeri sul medio termine, un periodo di almeno 5 anni. L’ultima mostra di Palazzo Grassi dell’amministrazione Fiat, dedicata a Dalí, ha avuto 600mila visitatori, ottimo risultato per un’istituzione come questa. Il pubblico si sviluppa per diverse ragioni, l’acculturazione tende a crescere, il tempo libero aumenta e tutto questo crea le condizioni per grandi mostre. In molte città europee i musei organizzano mostre che beneficiano di promozioni turistiche internazionali molto forti, penso ad Amsterdam con “Rembrandt e Caravaggio” al Rijsk Museum: sono imprese culturali gestite come un prodotto commerciale. Ma una mostra di grande qualità che usufruisce di una promozione internazionale fa sì che la gente arrivi da tutta Europa».
Crede nel ruolo di questi «grandi eventi»?
«Giocano un ruolo importante, anche se non è l’unico genere di iniziative, non bisogna ridurre la vita culturale a queste mostre, c’è spazio per cose più sofisticate ed esigenti nei centri d’arte contemporanea. Ma se attraverso questi eventi si dà al pubblico la voglia di andare a vedere altro, ben vengano. È attraverso la scoperta di cose facili che si passa a quelle difficili».
Lei è stato anche presidente di TV5. È più facile migliorare la qualità culturale televisiva o quella di altre istituzioni?
«Il problema della qualità televisiva è molto più complesso che in un teatro dell’opera, ad esempio. Quando si va all’opera si sceglie automaticamente la miglior orchestra o le migliori voci, animati spontaneamente da un desiderio di qualità. Nel campo dell’audiovisivo si annega in un’offerta privata molto vasta, spesso mediocre, che tende a tirare il pubblico verso il basso, e siccome l’offerta è sempre più ampia il dovere del servizio pubblico sta nel mantere un buon livello».
Come vede la situazione italiana dal punto di vista culturale?
«Sono appena arrivato e non conosco la situazione in dettaglio, trovo il paesaggio culturale molto vitale, ma frenato, a volte l’azione pubblica a favore della cultura è meno sviluppata che in Francia. Se lo Stato si prendesse maggiori responsabilità verso i contenuti culturali impliciti nel patrimonio italiano l’Italia potrebbe sviluppare i suoi formidabili atout; vedo personaggi che si battono quotidianamente per lo sviluppo della cultura contemporanea, spesso istituzioni private; senza entrare nel merito della gestione pubblica, penso che l’Italia trarrebbe un gran vantaggio da un maggior ingaggio del pubblico a favore della cultura. Quando ero ministro ho lavorato molto col mio collega italiano dell’epoca, Giuliano Urbani. Appena nominato nel 2002 ho dovuto affrontare uno spiacevole incidente diplomatico: il mio predecessore, Catherine Tasca, dichiarò di non desiderare trovarsi accanto a Berlusconi al Salone del Libro di Parigi, perché non condivideva le sue visioni politiche. Non piacendomi questa posizione, il mio primo viaggio ufficiale in Italia fu per conoscere Urbani che mi ha sempre appoggiato, anche a Bruxelles dove le posizioni francesi in materia culturale sono molto decise. D’altra parte mi sono reso conto che il mio collega non aveva i nostri mezzi economici. Chissà se il nuovo assetto politico porterà dei miglioramenti...».
Nel 2003 è stata approvata la legge Aillagon sulle donazioni che permette di scaricare dalle tasse fino al 90% del valore delle opere donate, trasformandole in «tesoro nazionale»...
«È una legge a favore di mecenati e fondazioni con detrazioni che permettono interessanti vantaggi fiscali e funziona molto bene. Quest’anno il valore delle donazioni ha superato il miliardo di euro. La legge ha avuto un effetto fantastico sulla protezione e conservazione del patrimonio storico: una società che acquista un’opera del valore di 10 milioni di dollari per donarla a un museo in realtà la paga solo un milione, il prezzo di una campagna di comunicazione. Così il Louvre si è arricchito del ritratto di Ingres del Duca d’Orléans, dei disegni di Rosso Fiorentino e poi della Collezione Bestegui proveniente da Londra. Credo nel fenomeno comune dello sviluppo culturale, c’è bisogno dello Stato che assicuri un’omogenea diffusione dell’azione pubblica, che le collettività locali siano chiamate in causa e che ai privati sia permesso un più ampio raggio d’azione. Prenda l’esempio di Venezia. Noi siamo privati: con Ca’ Rezzonico, un museo municipale, abbiamo delle ottime relazioni; l’Accademia, museo nazionale, ci ha appoggiato coi suoi restauratori; col Guggenheim abbiamo deciso di aprire le mostre di sera. Dal momento che si fa un lavoro serio i nostri obiettivi sono gli stessi, fare mostre di qualità pensando che il pubblico si possa spostare da un museo all’altro».
Il programma futuro di Palazzo Grassi?
«Si muove in tre direzioni. L’arte contemporanea, in gran parte attingendo alla collezione Pinault; l’arte moderna, e in questo campo la prima sarà una mostra su Picasso e la gioia di vivere con molte opere del Museo Picasso d’Antibes; e infine la storia delle civiltà, proseguendo nella tradizione di Palazzo Grassi: una serie di mostre sui contatti tra Europa e altri mondi. La prima sarà su Roma e i Barbari, poi i Cristiani e l’Islam, la scoperta delle Americhe e l’ultima sulla scoperta del sud del mondo».