L’arte di essere GIORGIO ARMANI

Domani alla Triennale di Milano si inaugura una mostra che celebra una carriera ultratrentennale

Quando il Guggenheim di New York annunciò che avrebbe dedicato a Giorgio Armani una mostra per celebrare i 25 anni di attività, fu subito polemica. Era l’ottobre del 2000 e il New York Times mise in relazione l’esposizione con la generosa donazione di 15 milioni di dollari fatta dallo stilista al Museo. Come da copione, si scatenò la bagarre sul rapporto tra finanziamenti ai musei e mostre, tra arte e mercato. Intervenne addirittura l’American Association of Museum che, per evitare legami troppo stretti tra musei e interessi privati e per mantenere il controllo delle mostre nelle mani dei professionisti museali, approvò un nuovo codice di condotta. Nel calderone delle polemiche finì anche il grande capo del Guggenheim, Tom Krens, accusato di trasformare i musei in bazar.
Quando la mostra di Armani nell’ottobre del 2003 arrivò alla Royal Academy di Londra si scatenarono altre polemiche. I giornali inglesi gridarono allo scandalo perché per la prima volta un fashion designer era celebrato in una delle più compassate istituzioni artistiche di Londra. L’inserto culturale del Daily Telegraph titolò a tutta pagina: «È giusto che Armani stia alla Royal Academy? La moda penetra nell’establishment delle Belle Arti». Norman Rosenthal, responsabile delle esposizioni dell’Academy, aveva dichiarato all’Independent on Sunday: «Io personalmente non avrei mai fatto una mostra di Armani». Poi cambiò idea: «Sono felice di rimangiarmi quanto ho detto. Non avevo ancora visto la mostra».
Adesso che la «famigerata» esposizione arriva alla Triennale di Milano (tappa finale del road show che ha toccato Bilbao, Berlino, Londra, Roma, Tokyo e Shanghai), nella città madre dello stilista, nella capitale della Moda, tutto ciò sembra lontano anni luce. Eppure di anni ne sono passati solo sette. Le barriere tra arte e mercato sono diventate sempre più evanescenti e nessuno si dovrebbe più scandalizzare. Solo pochi puristi si ostinano a sostenere che il Museo (con la M maiuscola) è riservato esclusivamente all’Arte (con la A maiuscola). Le rassegne dedicate a Gianni Versace al Victoria e Albert Museum, a Manolo Balhnik al Design Museum, a Mario Testino alla National Portrait Gallery confermano che le porte si sono aperte al mondo esterno e contemporaneo con la benedizione del botteghino. I numeri confermano la tendenza: a New York in tre mesi la mostra di Armani è stata visitata da 350mila persone. A Bilbao addirittura da 500mila.
«Ma vedrà che polemiche ci saranno anche a Milano. Qualcuno si alzerà in piedi per sostenere che la Triennale è un luogo per l’arte e non per la moda» dice Giorgio Armani, immancabile maglietta nera su pantaloni neri, nei suoi uffici di via Borgonuovo, motore immobile dell’impero, dove fervono i preparativi per le sfilate di domani e per la mostra, che sarà inaugurata sempre domani alla Triennale (come le precedenti edizioni è curata da Germano Celant e allestita dal regista e artista multimediale Robert Wilson).
A questo punto rimane da chiedersi quanto in avanti si può spostare il confine tra ciò che si può definire Arte e ciò che non lo è. Germano Celant sottolinea che moda, arte, televisione, pubblicità sono solo diversi modi di rappresentare la realtà e sostiene che abolendo la gerarchia dei linguaggi visivi si dà impulso «democratico» alla creatività. Ma è davvero così? Moda e arte possono stare sullo stesso livello?
Giorgio Armani ha le idee ben chiare: «Parlare di arte riferendosi al mio lavoro è imbarazzante. Non ho mai considerato di svolgere un’attività “artistica” in senso comune. Arte sono la scultura, la pittura, il design, quello che la gente vede appeso a un muro». Però l’«Armani style» è ormai un’icona del design globale. Il marchio Giorgio Armani è il più conosciuto al mondo dopo quello della Coca-Cola. Forse è eccessivo accostare l’Armani pop con il pop di Andy Wahrol, che per primo lanciò il concetto della riproducibilità dell’opera d’arte. Ma è indubbio che Armani abbia creato un lifestyle globale riproducibile e riconoscibile in tutto il mondo. Gli Armani Store sono un impero dove non tramonta mai il sole: da New York alla Cina, passando per Hong Kong e i resort in terra araba. Armani ha permeato e interpretato un modo di vivere, una filosofia. Una leggenda della moda, del design e del vivere moderno può essere considerato un artista contemporaneo?
«Nel processo di creatività si parte da zero e si costruisce. Partendo dall’idea di poter realizzare qualcosa di bello, che piaccia non solo a un ristretto ghetto di persone ma abbia un ampio indice di gradimento. Sennò rimane un esercizio di creatività limitata a pochi eletti» dice lui. Il concetto è: «Portare il bello alla portata di tutti». È una frase che Armani ripete più volte. «La mia è un’operazione estremamente democratica, questa è la ragione per cui non possiedo quadri esclusivi. Non capisco chi colleziona e si vanta di possedere opere che gli altri non possono vedere. È una forma di egoismo e un senso di possesso che non capisco. Io sono gelosissimo di una bambolina coreana di legno e di altri piccoli oggetti di nessun valore, però per me sono cose sacre».
Niente quadri alle pareti, infatti. Niente ostentazione, da parte dello stilista che nel mondo è il secondo più ricco, preceduto solo dall’americano Ralph Lauren. L’ufficio è in perfetto «Armani style». Moderno, minimalista, essenziale. Non c’è niente di superfluo. Per terra, appoggiato a una libreria carica di libri d’arte, costume e design, cataloghi di mostre e monografie, c’è solo il celebre ritratto che gli fece Andy Wahrol. «Possiedo anche un disegno di Matisse e altri disegni di Sironi. La mia idea è che il bello deve essere accessibile a tutti. La stessa cosa che ho fatto nella moda con l’Emporio Armani: la mia creatività a disposizione del pubblico più vasto».
Il discorso è questo: «Se lei mette in mostra un Caravaggio rimangono stupite persone di modesta e di alta levatura. Se lei fa vedere un quadro un po’ speciale, già siamo al cinquanta per cento. Se mostra un quadro di grande avanguardia, il novanta per cento delle persone si chiederà: cos’è, non capisco». Va da sé che Armani si considera un Caravaggio. Che dà gioia ed emozione al numero più vasto possibile di persone. È indubbio che ad Armani è riuscito ciò che a tanti altri non è riuscito. Facciamo l’esempio della scena cult di American Gigolo, anno 1980: Richard Gere sceglie sul letto la giacca, la camicia, abbina la cravatta, tutto Armani ovviamente. Scrive Celant, nell’introduzione al catalogo della mostra, che quella «è la nascita del dandy di massa». Il rapporto di Giorgio Armani con il mondo delle celebrities, attori, registi, architetti, fotografi ha contribuito non poco a veicolare questo messaggio. L’abito icona di Richard Gere, la giacca «destrutturata» come si diceva allora, ha cambiato il modo di vestire dell’uomo. Stessa operazione per gli abiti da donna. «Non so se la moda trascina o segue i cambiamenti della società. La moda cambia con la società. Io ho vestito la donna manager americana e oggi anche la piccola coreana con il portafoglino può comprare un capo di moda».
Più democratico di così. Il parallelo tra arte e moda può essere riassunto in questi termini: prima l’arte era per pochi, la moda di lusso anche. Oggi l’arte è di massa, la moda anche. «Ma l’arte - spiega Armani - è importantissima nel mio lavoro. Mi sono ispirato a vari artisti. Matisse, Klimt, Utamaro. Il tributo che la moda paga all’arte è molto alto, per tante cose e in ogni momento l’arte influenza la mia moda».
Va da sé che i 600 abiti esposti alla Triennale non sono per tutti, ma Armani chiarisce: «Sono i vestiti delle sfilate, quelli più emblematici e spettacolari. Io ho suggerito i grandi cambiamenti della moda, questi abiti li documentano». Così adesso che è arrivata a Milano questa mostra diventerà un’esposizione permanente in via Bergognone, nel quartier generale di Giorgio Armani, in uno spazio progettato dall’architetto giapponese Tadao Ando. «Lui fa i buchi nel cemento, io intervengo pesantemente sull’allestimento. Sarà un silos completamente protetto dalla luce del sole, altrimenti tra cinque anni dei vestiti non rimarrebbe più niente».
Un surrogato del Museo della Moda, di cui tanto si parla e che non parte mai? «Penso che abbia ragione Sgarbi. L’idea di fare un museo è tombale, mausoleico. Non si farà mai. Troppe gelosie, non si troverebbe mai un accordo. E poi non tutte le case di moda si possono permettere di avere un museo. Certi vestiti fanno schifo se li metti su un ometto. Lo dico in modo immodesto, ma certo». Un modo come un altro per farsi nuovi amici.