«L’arte tra ironia e nomadismo Ecco la mia rivoluzione anni ’80»

I creativi di carattere come Favaretto

Se Celant batte, Achille Bonito Oliva risponde. Il critico propone la sua creatura, con un progetto ancor più articolato e complesso di quello dell’Arte Povera. La mostra principale, La Transavanguardia italiana, inaugura il 24 novembre al Palazzo Reale di Milano; seguono cinque personali per altrettanti protagonisti, Sandro Chia al Foro Boario di Modena (9 dicembre), Nicola De Maria al Centro Pecci di Prato (10 dicembre), Enzo Cucchi al Marca di Catanzaro (17 dicembre), per proseguire nel 2012 con Mimmo Paladino a Roma e Francesco Clemente a Palermo. Legata a doppio filo con la filosofia del postmodernismo, la Transavanguardia diventa oggetto di numerosi convegni nei principali musei italiani, coordinati dallo stesso Bonito Oliva e presieduti da Franco Rella, Massimo Cacciari, Gianni Vattimo, Giacomo Marramao e Bruno Maroncini.
Professor Bonito Oliva, si apre a Milano la grande kermesse sulla Transavanguardia. È una risposta alla mostra-monstre dell’Arte Povera?
«No, perché non si tratta di una lotta tra bande, ma di un progetto complesso che vuol celebrare i 150 anni del nostro Paese unito, coinvolgendo non solo gli artisti ma anche filosofi e pensatori. Una riflessione sulla post-modernità in cui ancora viviamo, nonostante alcuni vorrebbero oggi passare dal pensiero debole al pensiero forte».
In che cosa consiste la profonda rottura della Transavanguardia con l’arte concettuale, espressione del moderno?
«Gli anni ’70 hanno anticipato la crisi dell’ideologia in tempi di crisi economica, provocando la fine del metodo sperimentale e darwinista delle avanguardie. Si stava cioè riproponendo ciò che era accaduto in epoca manierista - con la scoperta dell’America, il sacco di Roma, il Machiavellismo, la fine della filosofia tolemaica e dell’antropocentrismo - quando l’artista che non trova ancoraggi nel presente comincia a guardare nel passato. Che però andava tradito attraverso il meccanismo della citazione, rimuovendo per esempio la prospettiva classica. La Transavanguardia riattualizza l’ipocondria del manierismo, che vagheggia un passato irrecuperabile, attraverso l’ironia, con leggerezza e nomadismo, senza far scattare il processo di identificazione».
È, inoltre, immagine del più fecondo e ricco decennio del nostro dopoguerra, gli anni ’80?
«Non solo il decennio della ripresa economica, ma soprattutto di un nuovo modello culturale in cui si recupera il soggetto, l’identità poetica dell’artista, il riscatto dal bianco e nero quaresimale del concettuale attraverso il colore e l’immagine. La dimostrazione che il mondo non era solo New York, che l’Europa, soprattutto l’Italia, era una fabbrica di nuovi linguaggi. Negli anni ’80 va in scena la prima tappa di un’arte policentrica, soggettiva e post-coloniale, che oggi ha trasferito gli effetti sul multiculturalismo e sulla globalizzazione. Senza quell’esperienza oggi non parleremo di arte in Cina, Brasile, Singapore».
Il critico è ancora al centro della scena? È protagonista?
«La mia concezione di critico assume tre livelli. Quello saggistico - Cioran affermava che chi scrive è l’imperatore -, quello espositivo, da sempre alla ricerca di luoghi eccentrici, multimediali, in cui le opere sostituiscono le parole, e infine quello comportamentale, ispirato a Duchamp e a Ignazio de Loyola, attraversato dall’erotismo e dal rischio di mettersi a nudo. La mia massima? Critici si nasce, artisti si diventa, pubblico si muore».
Perché altri critici, come Francesco Bonami, non hanno mai amato la Transavanguardia?
«Bonami è un pittore fallito che voleva partecipare ai banchetti, ai festini. Da qui il suo astio. La Transavanguardia ha rappresentato una svolta epocale anche in chiave collezionistica perché persino in America capirono l’importanza di un prodotto europeo con 2000 anni di storia alle spalle. E questo interesse fu decisivo anche per il rilancio dell’Arte Povera».
Che infatti lei stima…
«Stimo gli artisti, che sono di primaria grandezza. Mi lascia invece molto perplessa l’aggettivazione “povera” a fianco del sostantivo “arte”, tipica del moralismo degli anni ’60. All’inizio Celant la definì guerriglia, poi è diventata vetrina: il passaggio da critique a boutique, insomma».
Rimane il fatto che Bonito Oliva e Celant, coetanei settantenni, non hanno nessuna intenzione di passare la staffetta, né tantomeno di mollare. Altri, per fare fortuna, sono dovuti emigrare…
«Il problema non è come si parte ma come si ritorna. Bonami, per esempio, ha avuto un rientro mesto, da emigrante del Sud degli anni ’50 che si ripresenta al paese col macchinone, unico trofeo del suo soggiorno in America. E lui espone orgoglioso il doppio passaporto, pur non avendo alcuno spessore storico, con la sua tipica ironia toscana - che io napoletano trovo insopportabile - spocchiosa e qualunquista. Basti guardare i titoli dei suoi libelli natalizi, o la mostra Italics, che ho soprannominato Italicus, una visione dell’arte che ha deragliato, recuperando artisti inutili, che vivevano in un cono d’ombra (come Annigoni, Guttuso, Marotta), risvegliati dal passato senza che ce ne fosse alcun bisogno».
Che pensa dell’arte italiana oggi? C’è qualche artista che tiene sotto osservazione?
«Mi interessano gli artisti di temperamento. Oggi lo sono soprattutto le donne: Liliana Moro, Lara Favaretto, Ra di Martino, Meris Angioletti».